Traveller

Non c’è nessun motivo di chiamarlo brand journalism, con un termine «nuovo» che indica due cose che non ha molto senso che stiano assieme. E nel caso di Traveller non ha molto senso perché esiste da 182 numeri mensili, che fa 15 anni di vita. Cioè, da molto prima che PRsay infilasse fra i trend delle pr e del giornalismo del 2012 (!) e da molto prima che, nel 2014, Sam Petulla invitasse, saggiamente, a smettere di chiamarlo brand journalism (su Contently).

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Perché chiamarlo brand journalism è riduttivo e soprattutto non risponde al vero, è fuorviante.

Traveller, per esempio, è una rivista di lifestyle e viaggi a tutti gli effetti.

L’ho trovata nella tasca del sedile davanti al mio mentre andavo a Catanzaro (e mi sono reso conto di due cose: nella vita ho volato pochissimo con Easyjet e quando mi è capitato in passato, evidentemente, non avevo ancora la curiosità giusta per quel che trovavo nella tasca del sedile davanti al mio), l’ho presa e mi sono messo a leggerla. E poi, ovviamente, me la sono portata a casa per analizzarla meglio.

Avrai capito, se non lo sapevi ancora, che Traveller è una rivista brandizzata Easyjet, pubblicata da Ink. Che sarebbe – così si autodefiniscono sul loro sito – l’editore/agenzia leader nel mondo dei travel media.

La cover di INK travel media

Fra le altre cose che fa – tra cui, per esempio, una parte di advertising ambientale e sulle carte d’imbarco – Ink produce un magazine di carta. Traveller, appunto. Sì, ha anche un sito, ma capirai bene che non è esattamente quello su cui puntano in Ink/Easyjet: basta guardarlo per capirlo. Anche se, se proprio non puoi farne a meno, i numeri li puoi «sfogliare» anche in digitale.

Basterebbe questo a qualificare l’approccio integrato, con le radici nelle buone pratiche del passato, la declinazione al presente e la solidità verso il futuro. E a squalificare, per esempio, una copertina che dice «Scusate se il futuro è di carta».

Ma c’è di più.

Se sfogli Traveller, scopri una pubblicazione di qualità. Con autori che provengono da Condè Nast, da Time Out London, da Clash, illustratori che lavorano per il Guardian e uno staff editoriale e giornalistico – oltre che di advertising – che evidentemente sa quello che sta facendo. Ovvero: una rivista di carta, che monetizza attraverso la pubblicità e le offerte-sconti-di-ogni-genere, per catturare l’attenzione di un pubblico ben preciso. Lo dice il claim del giornale.

È per la «Get-up-and-go-generation».

Traveller non è evidentemente un house organ, altrimenti non potrebbe piacere al suo lettore tipo – comincio a pensare di essere perfettamente in target – è scritto con gusto ed è una lettura leggera, interessante e curata in ogni minimo dettaglio. Certo, per un lettore come il sottoscritto l’affollamento pubblicitario è drammatico, ma ho le mie brave difese installate (ad block naturali) anche per la lettura su carta.

Ah, ed è gratis da portare a casa. Cioè, è free press.

Questo per dire che, no, il giornalismo non è morto, la free press non è morta e anche noi, da queste parti, ci sentiamo in gran forma!