Tempo per cantare

«È bello immaginare il futuro. Sarebbe bello anche far funzionare il presente».

___STEADY_PAYWALL___

Le parole di Alberto Puliafito su wolf #188 mi sono entrate in testa e non escono più. Al F8 Mark Zuckerberg aveva appena finito di dire che il futuro è delizioso. Il popolo plaude il suo profeta, il più che probabile prossimo Presidente degli Stati Uniti. Plaude e ne vuole ancora, di futuro. E ancora e ancora e ancora. Mi torna in mente il vecchio sogno di Prometeo, la hybris dell’apprendista stregone.

via GIPHY

Intendiamoci, il mio non è un giudizio su Zuckerberg. Non fosse altro perché ho immensa stima per chiunque sia in grado di suscitare mondi dal nulla e Facebook in questo senso è solo l’ennesimo esempio. Giro a vuoto, mi assale il dubbio, e io mi arrampico per le scale come quelle scope coi secchi che si moltiplicano all’infinito. Poi l’intuizione che mi salva.  Anzi una domanda.

«In the middle of the revelries,
a man whispers into the woman’s ear:
What are you doing after the orgy?»

in italiano potrebbe suonare così:

«nel bel mezzo del festino,
un uomo sussurra all’orecchio della donna:
che cosa farai dopo l’orgia?»

Era il 1990 e in questo apologo Jean Baudrillard  fotografava perfettamente un’intera epoca.

Mi verrebbe facile ironizzare, buttando lì qualcosa tipo: se non hai programmi dopo l’orgia il prodotto sei tu, ma resisto volentieri alla tentazione.

I puntini da unire sono davvero troppi e la domanda è rimasta sostanzialmente inevasa. Uno dei punti però mi sembra essere questo: il consumismo e la spirale dell’uomo consumatore, con le sue volute in cui si avvolge in sequenze di desiderio / frustrazione / desiderio senza soluzione di continuità. È quella che un altro filosofo francese, Jean-Francois  Lyotard, aveva definito con successo Economia libidinale. Ma ripensando a Marc e alle parole di Puliafito vorrei che ci concentrassimo su un punto:  c’è un difetto di immaginazione in tutto questo.

L’obiettivo di queste note è presto detto: siamo sicuri di avere un immaginario all’altezza delle sfide dei tempi che stiamo vivendo?

Proveremo a prendere una decina di visioni del futuro presente, partendo quindi dall’idea che guardando al passato ci trasformiamo in statue di sale, mentre guardando dal futuro indietro al presente rischiamo di capirne qualcosa in più. Nessuna pretesa di esaustività, naturalmente. Una sfida tipo salta pirata: infilziamo una decina di coltelli nella botte, sperando che in ognuno di noi qualcuno di essi possa cogliere nel segno.

Tutto comincia dal rapporto uomo macchina.

La catena di montaggio, la sostituzione del lavoro umano col lavoro macchinico rischia oggi di giocarci un brutto scherzo da quanto in profondità sono incastonati da un secolo nella nostra memoria collettiva, anzi, di più e peggio, nel nostro immaginario, nella nostra fantasia e quindi anche nel modo in cui ci raccontiamo il destino del mondo. Quando l’intelligenza artificiale arriva a sostituire lavoro umano automaticamente ci si accende l’immagine tayloristica della catena di montaggio: il software, o il suo alter ego hardware, ossia il robot, che ci rubano la scena del lavoro.

È un trauma primario della civiltà industriale, un vulnus intorno a cui abbiamo fatto quadrato come comunità. I nostri bisnonni hanno lottato strenuamente per il diritto a un lavoro dignitoso, alcuni di loro sono giunti addirittura a dare la vita per la libertà. Oggi questo ferita rischia di giocarci contro, schermando ciò che è veramente in gioco. Lottare per i posti di lavoro persi a causa del software e dei robot è una causa persa. Quel tipo di reintermediazione è già avvenuta. L’intelligenza artificiale è arrivata a definire un nuovo livello d’interazione uomo macchina: l’intelligenza artificiale ha abbattuto la barriera. Il software non è più un freddo esecutore di mansioni, non è più un «meccanismo satanico» o uno strumento di alienazione ma coopera e concorre al pari dell’uomo a generare il senso del mondo. Il software non si sta semplicemente mangiando il mondo, ma partecipa alla sua creazione. La nuova frontiera degli algoritmi è generativa, il che significa che impara in contesti che non domina.

Solo per questo AlphaGo, il software di Google Deepmind, la società acquisita da Mountain View nel 2014 per concentrarsi sull’intelligenza artificiale, è riuscita a battere il campione mondiale di Go. A differenza degli scacchi in cui le mosse sono ripetibili sì all’infinito ma sulla base di un set di regole chiuso, il Go è un gioco basato su strategie completamente aperte e non insegnabili a una macchina. Una macchina che pensa e impara in modo autonomo, il sogno incubo del genere umano.

Questa cosa è già accaduta, non ha senso combatterla. Da quando è nato, il capitalismo si fonda sul calcolo: un’idea se ottiene credito diviene intrapresa e si realizza. Oggi il software non solo ha la potenza necessaria per calcolare calcolabile ed è nelle nostre tasche. Ora le macchine pensano e imparano.

Tutta la sharing economy in stile Uber si basa su una enorme densità di offerta mista a semplicità distributiva. Se le consegne di Foodora le fa uno studente universitario a 1 euro l’una (il cottimo più becero) giustamente ci indigniamo. Se quelle consegne le fa un drone di Google ci sembra figo.

Ma se ci dicono che il drone fa licenziare lo studente universitario dobbiamo prendere una decisione: o è sostituzione tecnologica, ovvero il software che distrugge posti di lavoro, oppure è un lavoro da subumano, per cui è giusto che lo svolga una macchina ed è tempo liberato.

La sfida dei prossimi anni, quella con cui il nostro immaginario si sta confrontando, non è una lotta contro l’uomo nero della tecnologia e dell’intelligenza artificiale. La sfida piuttosto è: cosa faremo del tempo liberato dal lavoro? Come dire: What are we doing after the orgy? Che si fa dopo l’orgia?

Forse è arrivato il tempo in cui trovare una risposta.

John Maynard Keynes diceva che esiste un tempo per lavorare e un tempo per cantare. Cosa canteremo nelle ore liberate dai robot? Keynes lesse le parole che seguono nel 1928, prima agli studenti del Winchester College e poi a Cambridge.

Vennero pubblicate due anni dopo.

«Vi citerò l’epitaffio che una vecchia cameriera ha voluto scriversi da sola:

Non piangetemi amici, non versate lacrime 

inutilmente, là dove vado non farò più niente».

Evidentemente questa era la sua idea di paradiso. C’è chi sogna solo il divertimento, lei sognava di passare il tempo così, in ascolto. Lo spiega nei due versi successivi:

«Il cielo risuonerà tutto di salmi e canti dolci

e io li ascolterò, senza unirmi a quelle voci.»


Il fatto da considerare, però, è che nel nostro caso solo chi canta riuscirà a sopportare la vita — e il canto, si sa, non è per tutti.

Insomma, per la prima volta dalla creazione l’uomo si troverà ad affrontare il problema più serio, e meno transitorio — come sfruttare la libertà dalle pressioni economiche, come occupare il tempo che la tecnica e gli interessi composti gli avranno regalato, come vivere in modo saggio, piacevole, e salutare. (J.M. Keynes, Possibilità economiche per i nostri nipoti, Adelphi 2009).