Riflessioni intorno al design (Thinking)

Non smetterò mai di stupirmi della qualità e quantità delle idee e delle soluzioni che le persone possono produrre in pochissimo tempo seguendo pochi criteri, con strumenti semplici e alla portata di tutti (di solito carta, pennarelli e post-it).

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Nelle ultime settimane ho avuto diverse esperienze che mi hanno confermato quanto il percorso tradizionale di generazione di idee – sequenziale, riservato a pochi esperti – sia un freno incredibile. Una in particolare: una normalissima giornata di formazione, senza nessuna velleità operativa, ha prodotto una tale quantità di idee da pensare di mettere in produzione davvero quelle wow (cioè, secondo la terminologia usata, quella facili da realizzare e particolarmente brillanti; diverse dalle now, facili da realizzare e un po’ banalotte e dalle how, idee brillanti ma che non sappiamo come mettere in pratica).

Il linguaggio e le metodologie del Design Thinking, perché di questo stiamo parlando, sono spesso messe in ridicolo: prestano il fianco proprio per questi trucchetti linguistici (wow/now/how oppure mad/sad/glad) o criticate (il design è una cosa seria! bisogna essere dei professionisti!).

Come scrivevo qualche mese fa, però, citando Ezio Manzini:

Design vuol dire sia disegno – un piano d’azione – sia progetto – la capacità di immaginare che le cose possano andare in modo diverso. (…)

Stiamo parlando infatti di pensare in modo progettuale facendo il tuo lavoro, cioè di applicare a quello che fai – qualunque cosa sia, anche decidere che studi fare – il «design mode», cioè «il risultato della combinazione di tre doni umani: il senso critico (la capacità di guardare alle cose come sono e di riconoscere quello che non è o non dovrebbe essere accettato), la creatività (l’abilità di immaginare qualcosa che non esiste ancora ) e senso pratico (la capacità di trovare modi possibili per far succedere quello che vogliamo).*

L’equivoco superficiale del «anche tu designer in cinque minuti» è alla base di molti sospetti e ironie; oggi, leggendo un gruppo su Linkedin utile (esistono!!), ho capito perché, grazie all’eureka di Farid Singh: «the clue is in the name. Thinking, it’s thinking and it’s not for everyone. I had to unlearn the engineering mentality of solution, to really understand thinking. When I conduct courses, I know 30% are thinkers, do-ers. The other 50% are curious sceptics or stamp wanters. The remaining are enablers. They get the thinking, but allow and empower the do-ers and thinkers. It’s good to collectively focus on the thinkers and enablers»

Per questo, nel titolo, ho tolto la maiuscola a design e l’ho messa a Thinking. Il problema è nel nome e nei fatti: non tutti sono capaci di fermarsi a pensare. Non tutti sono capaci di pensare. Se però metti tante persone diverse insieme e dai loro delle indicazioni chiare e organizzate, con un limite di tempo, scopri che nella tua azienda i thinkers e gli enablers sono sparsi ovunque, anche in ruoli dove non devono pensare o facilitare. Scopri che le soluzioni creative arrivano dai reparti meno creativi, vedi accadere in pratica la promessa zen della mente del principiante.

Singh scrive «ho dovuto disimparare», ed è la prima cosa che cerco di insegnare quando faccio formazione.

La tua esperienza è preziosa, ma devi saperla mettere da parte, perché se davvero le cose cambiano velocemente come dicono (ed è così) devi continuamente ricontestualizzare quello che sai e riprendere in considerazione tutto quello che hai pensato/provato/subito in passato. Quello che ha sempre funzionato può non funzionare più, quello che non ha mai funzionato, improvvisamente, diventa semplice.

Usando bene il design Thinking può capitarti di vedere persone anche demotivate animarsi e scaldarsi e affezionarsi e prendere in carico davvero la user experience, perché gli hai fatto progettare un personaggio che suona molto più umano delle buyer personas un po’ di cartone a cui siamo abituati.

Può capitarti di lavorare in aziende in crisi, con persone stanche e demotivate, con gravi problemi operativi, e all’improvviso vedere un gruppo formarsi, le risate prendere il posto dei lamenti e dei progetti creativi prendere forma in una manciata di minuti.

Come sempre, però, bisogna liberarsi dei Sabotatori, o almeno metterli in condizione di non nuocere. Io nei miei corsi li evoco direttamente, evitando l’effetto «elefante nella stanza». Il mio talismano è questo omino di marzapane:


Evocare i Sabotatori, ridendo un pochino di loro, dando dei nomi ai loro metodi, aiuta tantissimo. Aiuta anche le persone coinvolte e interessate a riconoscere i loro Sabotatori interiori: io li invito esplicitamente a metterli a tacere per un paio d’ore, invito che di solito viene accolto con enorme piacere.

*mia traduzione