Quantità e velocità

Uno dei temi cruciali per i lavoratori dell’informazione (in senso esteso, mica solo per i giornalisti) è la gestione del tempo. Non è (soltanto) una scusa per il ritardo con cui esce il numero 135 di Wolf rispetto al solito, ma è anche una splendida occasione per riflettere su quel che è veramente cambiato con il digitale. Non le buone pratiche, come abbiamo detto più d’una volta e nemmeno le cattive. Quel che è cambiato si riassume in due fattori che sono cresciuti esponenzialmente, nei fatti fenomenici e nella narrazione. I fattori sono:

___STEADY_PAYWALL___
  • quantità
  • velocità

Nessuno di questi due elementi è necessariamente sinonimo di qualità.

Come si riflette nella vita vera questo cambiamento? È molto semplice e diventa necessario prendere in esame il grosso della narrazione che è stato fatto a proposito del referendum costituzionale per capirlo in concreto.

Uno dei temi principali dei sostenitori della riforma era, sostanzialmente, la necessità di portare a compimento l’iter di più leggi in meno tempo. In una conversazione su Facebook con una delle nostre abbonate – ecco una delle ragioni del ritardo di Wolf, che confesso con abbondanti sensi di colpa – scrivevo che questo, dal mio punto di vista, è un problema.

È un problema bello grosso, perché «le metriche “percentuale di leggi che arrivano a compimento” e “velocità di approvazione di una legge” sono due metriche scorrette per una valutazione politica dell’attività del Parlamento e non significano niente».

Il reale

Indipendentemente da come la si pensi sull’esito della consultazione referendaria (e da come la si pensasse sulla riforma), questo è il punto che mi sta a cuore: quantità (l’informazione è in crescita costante, tutti possono produrre e producono contenuti, i social non dormono mai, tutti possono produrre reazioni, contano i click, le pagine viste, le metriche quantitative, i calendar, le riunioni, i flussi di mail aziendali con quantità progressivamente crescenti di persone aggiunte in copia, hai tanti amici su Facebook, tanti followers su Twitter, tanti fan, tanta influenza) e velocità (i tempi di reazione sono ridotti, ci sono aziende che valutano le performance dei dipendenti in base ai tempi di risposta alle mail, bisogna gestire l’emergenza su Twitter o su Facebook, uscire subito con il comunicato, non bucare la breaking, rispondi prima possibile) si sono spostati dai percorsi di comunicazione e informazione alla realtà (digitale è reale) e sono diventati parte integrante del ragionamento in tutti i campi, anche in quello della «valutazione politica» da parte del cittadino e nelle conversazioni.

Ebbene, il fatto che quantità e velocità siano solo raramente, sinonimi di qualità dovrebbe essere il faro-guida in tutti i ragionamenti e anche nell’ottimizzazione del nostro lavoro (e pensiero).

Sinonimi

Quando sono, eventualmente, sinonimi di qualità? Forse quando hai un raccolto abbondante (anche se poi dovremmo verificare se è anche di materie prime soddisfacenti). Quando estrai tanto petrolio. Quando in guerra elimini tanti nemici. O quando – di contro – devi salvare una vita umana. Quando sei un centometrista. Quando devi calciare in porta in quella frazione di secondo per segnare. In tutti questi casi, però, ci sono due elementi sui quali quantità e velocità trovano le loro fondamenta. E sono la previsione e la prevenzione. Mi sincero di selezionare prodotti di qualità per la semina e otterrò un raccolto che sarà potenzialmente abbondante e gustoso. Ripeto molte volte il medesimo gesto e così, quando dovrò eseguirlo rapidamente, lo saprò fare.

Ma allora il valore aggiunto non è la velocità: è il fatto che ho acquisito esperienza. Mi doto di protocolli che ho pianificato «in tempo di pace», in modo da essere in grado di gestire personalmente (o di far gestire a terzi) un’eventuale emergenza. Ma allora il valore aggiunto non è che opero con rapidità in emergenza. Il valore aggiunto è la pianificazione.

Distinguere l’emergenza

Fra l’altro, pensa un po’, tocca anche capire se siamo ancora in grado di distinguerla, un’emergenza.

Il concetto di emergenza deriva da una traduzione equivoca dall’inglese.  In italiano, emergenza descrive (ma è ovvio) ciò che emerge, che si palesa e (scrive la Treccani), una circostanza imprevista, accidente.

Poi è arrivato l’inglese emergency. È da lì che è mutuato – spiega sempre la Treccani – il concetto di «particolare condizione di cose, momento critico, che richiede un intervento immediato, soprattutto nella locuzione stato di emergenza».

Ancora l’enciclopedia, nella voce apposita, spiega esplicitamente che stato di emergenza è un’«espressione peraltro priva di un preciso significato giuridico nell’ordinamento italiano, che, in situazioni di tal genere, prevede invece lo stato di pericolo pubblico».

Infine, c’è il significato giornalistico (il che dovrebbe farci capire per quale motivi il giornalismo abbia un importante ruolo sociale): «situazione di estrema pericolosità pubblica, tale da richiedere l’adozione di interventi eccezionali». (Da cui titolazione tipo: «Emergenza droga», «Emergenza criminalità», «Emergenza rom», «Emergenza cani» e via dicendo).

Nel modo di pensare

Quantità (e abuso) del termine, facilità di diffusione del medesimo (e delle eventuali «notizie» correlate), velocità di reazione hanno fatto un cortocircuito e si sono insediate nel nostro modo di pensare, anche quando non vorremmo e anche quando ci riteniamo – superbamente – superiori a questi meccanismi di dipendenza inconscia dall’adrenalina che la velocità ci genera, dalla dopamina che ci regalano le notifiche su Facebook, le cose nuove.

Questo affollamento quantitativo e rapido, che ti piaccia o meno, influisce sulla tua forma fisica (e mentale), limita le capacità di ragionamento, induce a comportamenti pavloviani (perché ad un certo punto il cervello ha bisogno di fare scelte rapide) e disabitua, sul lungo periodo, a lavorare in contesti di concentrazione profonda.

Smetto quando voglio

Da tredici anni lavoro sul digitale. Ho passato tutte le piattaforme possibili e immaginabili e ho fatto del live e della velocità d’esecuzione un cavallo di battaglia – commettendo anche errori di cui poi ho dovuto scusarmi – e mi sono illuso che fosse proprio il superlavoro ad avermi dato un vantaggio competitivo, ad avermi insegnato come ottenere risultati SEO anche quando sembra impossibile, per esempio.

schermata-2016-12-06-alle-12-18-55

E invece sai qual era il vantaggio competitivo? Era quello che elaboravo, pensavo e facevo diventare strategia. Sul referendum, per esempio, ho lavorato per il live di Blogo ottimizzando le energie e producendo in pochissimo tempo risultati che prima mi avrebbero richiesto di passare l’intera domenica – non sto scherzando – davanti al monitor.

Ho pensato per anni di essere immune dagli aspetti deteriori di quantità e velocità. tutto questo, di gestire perfettamente ogni aspetto della mia giornata, di avere un cervello multitasking, di essere superperformante perché dormo poco. E poi, piano piano, ho scoperto di essere un tossico e di essermi raccontato un sacco di balle. Non c’è nulla di bello quando si scende a fare colazione in albergo con iphone e mac: pensavo fosse una cosa da fighi, invece è da sfigati. Sai cos’è da fighi? Fare una cosa alla volta, con il tempo che ci vuole, essere capaci di valutare il tempo che ci metti a fare le cose e, per esempio, non arrivare alla fine del tempo massimo per preparare il nuovo numero di Wolf.

Dev’essere per questo processo che una delle migliori letture che ho fatto in questo periodo è Le otto montagne di Paolo Cognetti.

Sistemi percettivi

Il modo per recuperare categorie qualitativamente significative, probabilmente, passa attraverso la comprensione reale dei processi cognitivi. Mi sembra molto utile citare alcuni passi di questo scritto di Oscar Bettelli (la sua pagina sul sito dell’Università di Bologna è un viaggio nel tempo, di quando esistevano i siti personali su Geocities. Ma è anche densa di contenuti).

Il titolo è «Elaborazione dell’informazione».

«In un computer l’informazione è codificata in stringhe di bit che vengono elaborate e duplicate come copie fedeli dell’originale.
Questa staticità e fedeltà di rappresentazione possiede alcuni notevoli vantaggi.

Mentre il cervello si trova in un mare di mutevoli percezioni in cui si adopera alacremente per completare ed integrare le informazioni parziali che dispone sul mondo, il computer opera in un paradiso di certezze.
Le informazioni che manipola sono tutte ben definite, non come informazioni significanti, ma come messaggi formali in cui il supporto fisico non presenta ambiguità di sorta: il computer elabora solo dei dati.
La logica che utilizza è assolutamente rigorosa.
Le relazioni logiche tra dati sono rappresentate da ferree regole di manipolazione.

In ogni comportamento del computer è possibile rintracciare una causa ben definita.
Per questo esso rappresenta un eccezionale strumento di controllo e verifica della correttezza formale delle nostre informazioni».

Ma niente di più. E sai perché? Perché il cervello, a differenza del computer, è capace di elaborare dati incerti.

«Per elaborare dati incerti col computer occorre inserire una enorme quantità di informazione su cui poter eseguire una analisi statistica.
Infatti se rinunciamo alla certezza dobbiamo appellarci almeno ad un criterio di massimo di probabilità di correttezza delle conclusioni.
Tutto ciò porta a diversi ordini di grandezza di complessità aggiuntiva rispetto alla definizione dei problemi da risolvere.

Quando un cervello prende una decisione ha a disposizione una incredibile quantità di informazione sul mondo in tutti i suoi aspetti, dai più semplici ai più articolati, sedimentata in anni di esperienze, a cui può attingere liberamente. Quando un computer prende una decisione, dettata da un qualche criterio di ottimizzazione, ha a disposizione solo un ambito relativamente ristretto di dati pertinenti al problema considerato».

Insomma: il cervello è meglio del computer.

Ma ha bisogno di un ecosistema pulito per fare bene il suo lavoro e per non venir meno ai suoi compiti. Può gestire un numero finito di informazioni. Può gestire un numero finito di «amici» (vedi anche la gioia e la felicità di vivere in una bolla, e vedi pure il numero di Dunbar). Se tutto questo ti sembra troppo filosofico e poco concreto – come sembrava a me fino a pochissimo tempo fa – ci sono solo due possibilità:

  • la prima è che siamo in notevole disaccordo. E allora scrivimi (nel gruppo di conversazione su Facebook, nel canale Slack di Wolf, via mail, come ti pare)
  • la seconda è che anche tu sia nel tunnel della droga di quantità e velocità

Per convincerti che sia qualcosa di molto concreto esco dalla teoria, esco dalle elucubrazioni sulla teoria percettiva e persino dalla politica e torno, per esempio, all’editoria e al giornalismo.

Fuc**** Fake News

La velocità e la quantità hanno senz’altro un sacco di elementi a loro favore (siamo più rapidi ad agire in situazioni in cui è necessario farlo, ci sono più opportunità), ma siccome non siamo computer (e anche in quel caso, ricordiamoci che i computer li progettano persone), hanno anche molte conseguenze deteriori. Per esempio, hanno costruito un mondo in cui ci sono persone che si guadagnano da vivere – facendo soldi a palate, in verità – pubblicando notizie false (vedi lo splendido reportage di Terrence McCoy sul Washington Post, tradotto da Internazionale nell’ultimo numero. Un capolavoro in cui si racconta come è nato, quanti click e quanti soldi fa un sito di notizie false come Libertywritersnews.com). Hanno peggiorato il lavoro giornalistico – non perché le cattive pratiche siano diverse da un tempo, ma perché quantità e velocità minano alla base il fondamento del lavoro giornalistico: metterci il tempo che ci vuole – e favorito, invece, la diffusione di concetti-slogan.

I falsi scoop e le false notizie ci sono sempre state (vedi le armi di distruzioni di massa e il NYTimes. Vedi il Pulitzer vinto da una giornalista del Washington Post con un falso reportage smascherato dal public editor del Washington Post, per esempio).  Ora, però, si diffondono di più e più in fretta e, come la storia delle armi di distruzione di massa ma raggiungendo anche il pubblico che i giornali non li ha mai letti e i tg mai visti, cambiano il modo di pensare. E il giornalismo avrebbe il dovere di recuperare il proprio ruolo. Come? Rallentando. E invece accelera.

Metriche terribili

Non solo. Come abbiamo più volte ribadito da queste parti, e come ha iniziato a dire da tempo – Cassandra inascoltata dai più, non me ne voglia, è un complimento – Pier Luca Santoro, sono proprio le metriche quantitative (e la necessità di fare in fretta, e quindi pubblicare l’ennesima idiozia su una donna che si vuole far aprire la cintura di castità dai pompieri o l’ennesima  che hanno contribuito ad affossare ancor di più l’editoria giornalistica nel suo disperato tentativo di cercare volume e quantità di click. (In merito, vedi Solving journalism’s hidden problem: Terrible analytics di Tom Rosenstiel).

Esci da quel corpo!

Tutto questo ha conseguenze anche sulla tua vita personale, se ti sembra ancora un contesto troppo astratto il giornalismo, che magari non è il tuo ambito di riferimento. Le news ti generano ansia (e se non ci credi, leggiti Avoid News di Rolf Dolbelli). Le mail e la necessità di evaderle, pure. Il tuo cervello è progettato per fare una cosa alla volta. Ecco perché, per esempio, eliminare le notifiche è un bene. Tendi a sottostimare il tempo che ci metti a fare le cose. Pensi che sia normale arrivare a scadenza di un lavoro perché sotto adrenalina rendi meglio. Tendi a sottistimare la frequenza della tua distrazione di un fattore pari a 10 volte (cioè, pensi di distrarti 10 volte meno di quanto ti capita in realtà). Non sai dire «no» (e ad un certo punto arriverà il momento in cui prenderai un sacco di impegni che poi non porterai a termine e passerai il tuo tempo a scusarti per il ritardo, facendo anche qualche brutta figura. Magari rara, perché fai lo stakanov, ma le farai).

Il problema, forse, è che nessuno ti ha davvero insegnato come fare a ottimizzare. Secondo lo studio di Jonathan B. Spira, leggere e processare cento e-mail esaurisce la metà del tempo di un lavoratore. Tony Crabbe scrive: «Penso che l’email sia diventata la tv del lavoro. Offre poco, ma richiede anche poco. Perciò, invece di fare il lavoro importante che farà la differenza, apriamo l’e-mail e passiamo il tempo». E la cosa drammatica è che pensiamo di passarlo in maniera produttiva. Invece, siamo improduttivi.

Solo che per imparare a evitare le conseguenze di tutto questo ci vuole qualcuno che ti spieghi come farlo. Qualcuno che ci abbia pensato e che abbia studiato.

schermata-2016-12-06-alle-12-23-06

Se Organizza al meglio la tua vita(*) è un titolo che ti fa ridere perché ti sembra uno dei tanti manuali di auto-aiuto, allora forse sei come me e, sempre forse, è un testo che ti potrebbe fare del bene. A te e alle aziende con cui lavori, alle persone con cui lavori.

Oggi sono arrivato alla fine dell’imbuto: ecco perché Wolf è in ritardo ed ecco perché mi sono seduto, ho cancellato tutto quel che avrei dovuto fare e ho ricominciato dalle priorità, ripulendo il mio modo di gestire la giornata e segnando un altro punto nel mio processo di disintossicazione e di ottimizzazione che, spero, diventa un’occasione anche per riflettere sui processi lavorativi di tutti.

Ecco perché ho scritto questo pezzo. Se non mi fossi preso il tempo, non l’avrei mai scritto e, credo, Wolf oggi sarebbe meno ricco. Paradossalmente, ho capito che dovevo prendermi il tempo solo dopo essere arrivato al fondo delle conseguenze di aver accettato quantità e velocità come parametri distintivi di tutta la mia vita lavorativa.

Per me è arrivato il momento di cominciare a fare le cose come dico che vanno fatte.

Per una lettura diversa

Cosa c’entra il libro che apre questo pezzo in cui mi sembra che tutto torni (ma se così non fosse sai come trovarmi per dirmelo)?

C’entra eccome. Perché Pino Guzzetta, geologo, scrive in «Riflessioni di un geologo su calore, gravità e tempo», una frase che spiega perché quantità e velocità sono due parametri che ci inducono in errore visto che li abbiamo elevati all’astratto. Lo spiega così:

«Se si considera un parametro fisico che rappresenta la realtà in una forma approssimativa e non si tiene conto della situazione naturale alla quale esso deve intendersi riferito, si può correre il rischio di ritenere verosimile l’impossibile»

Per il LOL

Una nota di colore.

Mentre scrivevo questo pezzo, mi è arrivata una notifica su Skpe (che ho dimenticato di disattivare).

schermata-2016-12-06-alle-12-14-32

Sono i pannolini di mio figlio. Evidentemente c’è un problema di pianificazione famigliare. Perché l’urgenza è effettiva.

schermata-2016-12-06-alle-12-15-39

Spedisco il numero di Wolf, con il tempo che ci vuole. Poi vado a comprare i pannolini.

(*) Il link rimanda al programma di affiliazione di Amazon UE.