Wolf. 83 – Change?

Come ci segnala un nostro abbonato sul gruppo di conversazione di Wolf, il garante per la privacy ha aperto un’istruttoria su Change.org, la nota piattaforma per petizioni, concorrente di Avaaz, per citarne un’altra. L’Espresso ha recentemente pubblicato una sorta di «prezziari» di Change.org. Che vende i dati dei partecipanti alle petizioni. A dire il vero, il dato è piuttosto deludente.
Stefania Maurizi scrive nella sua inchiesta:

«La lista dei prezzi va da un euro e cinquanta per ciascun contatto email, se il cliente ne compera meno di 10mila, fino a 85 centesimi per un numero superiore ai 500mila».

In realtà la questione non è affatto nuova. Già nel 2012 Forbes parlava della possibilità che i dati degli utenti venissero ceduti a terzi (del resto, c’è il box apposito da spuntare per accettarlo) e sinceramente, con un minimo di dimestichezza nel mondo del web, non può stupire che accada.
Allora ho deciso di scegliere una petizione e firmarla. La più assurda per linguaggio con cui viene descritta, è una petizione contro Erdogan. O meglio, per il rispetto dei diritti civili dei golpisti. È di tendenza nella categoria Golpe. C’è scritto proprio così. E c’è scritto anche a chi verrà consegnata: a Erdogan in persona, all’Ambasciata di Turchia in Italia, a Federica Mogherini.

So benissimo che non servirà a niente.
Nessuno può pensare che serva davvero a qualcosa.
Ma è una campagna troppo seria per firmarla con nome e cognome.
Preferisco concentrarmi sull’abolizione del Comic Sans fra i font disponibili. Mi sembra più interessante e più innocua.
In basso, dopo il modulo da compilare con i miei dati, c’è il link ai termini di servizio e all’informativa sulla privacy. La leggo. Al punto c. c’è scritto

«Solo a discrezione dell’utente e dietro suo specifico consenso, possiamo condividere informazioni sull’utente con i nostri inserzionisti, incluso il suo indirizzo e-mail, l’indirizzo postale e la petizione sottoscritta. Possiamo anche condividere il numero di telefono dell’utente, ma solo se vi acconsente distintamente. L’inserzionista può quindi utilizzare queste informazioni per comunicare con l’utente e inviare materiali promozionali che possono essere di suo interesse. Noi non controlliamo il contenuto o la frequenza delle comunicazioni che si possono ricevere dai nostri inserzionisti».

Non mi viene chiesto nulla in merito. Evidentemente la petizione per abolire l’orrendo font non è fra quelle che lo richiedono. Mi sembra comunque evidente che Change.org farà dei miei dati un po’ quel che gli pare, visto che acconsento, globalmente, alla sua informativa sulla privacy.
Mi arriva una mail che spiega che posso spingere la petizione verso la vittoria (qualunque cosa significhi).

Ecco fatto. Sono iscritto a Change.org e quindi, come minimo, da ora in poi riceverò sue mail.

Se vado su altre petizioni, ecco che appare una spunta quando c’è qualche associazione che le organizza.
Davvero mi devo stupire se scopro che poi la mia mail viene utilizzata altrove? Purtroppo no. Il che nulla toglie alle investigazioni del Garante o all’inchiesta giornalistica, sia chiaro.
Sinceramente, però, mi preoccupa altro. Mi preoccupa, per esempio, che la presenza di petizioni su Change.org sia diventata notizia molte volte (basta cercare su Google News per accorgersene). Ecco le ultime notizie che riguardano Change.org su Repubblica.it, per esempio.

Ed ecco quelle su Corriere.it.

Sono queste «notizie» (notizie che non lo sono), pubblicate da illustri quotidiani, che legittimano l’esistenza di Change.org.

Vittoria? 
E questa legittimazione a mezzo stampa permette, in qualche modo, a Change.org di appropriarsi di successi. Secondo Change.org sono sue vittorie il fatto che il reato di depistaggio sia legge, la rinuncia di certe aziende italiane all’olio di palma, il fatto che RaiYoYo non mandi più in onda pubblicità. Come si può dimostrare che si tratti di risultati ottenuti grazie alla presenza di petizioni sulla piattaforma? Semplice: non è possibile stabilire alcuna correlazione causa-effetto. E quindi, visto che la petizione online c’era e visto che, magari, era pure stata rilanciata dalla stampa tradizionale, Change.org, dal suo punto di vista, ha tutti i diritti di appropriarsi del successo.
Modello di business
Sicuramente Change utilizza – dietro consensi prestati in maniera magari poco trasparente – dati e profilazioni per scopi commerciali propri o di terzi. Altrettanto sicuramente, il suo modello di business – dichiarato ma difficile da comprendere da parte dell’utente medio – punta non solo su questi dati ma sulla realizzazione di campagne ad hoc da parte di società più o meno grosse che pagano per la realizzazione delle campagne stesse. Sono petizioni sponsorizzate. In tutto e per tutto identiche alle altre, ma pagate da qualcuno (tipo:Richard Branson, Bill Gates, Reid Hoffman, Arianna Huffington, Ashton Kutcher e Guy Oseary, Jeff Weiner, Evan Williams e Omidyar Network).
Cioè: Change.org non è un ente di beneficienza che ci tiene al fatto che le nostre campagne funzionino. Fa i soldi proprio perché molti utenti creano campagne e ci sono alcune società che pensano – di poter utilizzare questa comunità di persone – ingenui? sognatori? slackattivisti? poco avvezzi al mondo del web? come vogliamo chiamarli – per i propri scopi. Ed ecco che Change.org fa i soldi. Ed ecco anche che la legittimazione che viene data a Change.org a mezzo stampa giustifica, in qualche modo, investimenti milionari (Change parla di 50 milioni di dollari) per aprire petizioni. E io, utente, come faccio a sapere se quel che sto «firmando» digitalmente risponde a interessi terzi o è semplicemente un branded content sotto forma di petizione? Non lo so. Non lo percepisco. Anche questa non è una novità: è tutto scritto sul sito e ne aveva già parlato, nel 2013, Wired US.
Approccio critico
Se tutte le volte che il giornalismo parla di qualcosa come Change.org lo facesse in maniera critica, senza limitarsi a segnalare la singola campagna curiosa, allora potrebbe poi legittimamente mettere in guardia l’utente dai rischi che corre. Diversamente, purtroppo, una singola inchiesta, per quanto pertinente, non farà che perdersi nel mare di petizioni segnalate, magari con tanto di link (il colmo: spesso non si linkano le fonti! E nello stesso pezzo dell’Espresso con l’inchiesta, Change.org è linkato tutte le volte che viene nominato!), che invogliano il lettore a cliccare, firmare e, ovviamente, non leggere l’informativa sulla privacy.