Wolf. 80

Un corso in crowdsourcing
Oggi ho messo online la pagina (per il momento visibile ai soli abbonati a Wolf. Poi ce ne sarà una dedicata a tutti) del primo corso SEO di Wolf. Ci si accede con la medesima password con cui si leggono i post di Wolf da ieri, cioè dal numero 79. È un test, per capire cosa succede se si propone una formula di corso differente – non dico che sia unica o completamente innovativa, ma di sicuro è differente da tutto quanto mi è capitato di fare fino a questo momento.
Il corso di Wolf è differente?
Secondo noi sì. Ecco perché.
Primo: è in crowdsourcing. Accoglie, cioè, le proposte e i suggerimenti degli abbonati di Wolf e dei potenziali (o certi) partecipanti al corso stesso.
Secondo: anche il programma è in crowdsourcing. Questo significa che puoi fare domande prima del corso. Anzi, è caldamente consigliato fare domande prima del corso perché in questo modo durante il corso la casistica che proponi – chiaramente trattata in modo che sia di interessse generale – diventerà oggetto di studio e, in qualche modo, anche di consulenza.
Terzo: è un corso avanzato. Ma non nel senso che richiede conoscenze tecniche, di programmazione o simili. Nel senso che è dedicato a persone già alfabetizzate da un punto di vista informatico, che abbiano il desiderio di approfondire la tematica SEO e di confrontarsi con casi pratici.
Quarto: ci sono delle letture propedeutiche consigliate. Vuol dire che devi lavorare anche prima? Se puoi sì.
Quinto: si basa sulla formula paga quel che puoi/vuoi (cioè: secondo le tue disponibilità economiche o secondo il tuo grado di soddisfazione). Chiaramente è un’offerta dedicata agli abbonati di Wolf, non agli esterni che dovessero partecipare (cui, eventualmente, faremo pagare il prezzo pieno a prescindere). Si tratta di una formula che è stata suggerita alla redazione di Wolf dai nostri abbonati. Una formula che ci è sembrata profondamente coerente con i valori di Wolf e di Slow News (l’editore). È vero che questa è una rivista digitale a pagamento (e quindi, in qualche modo, ha una soglia di sbarramento per l’accesso ai contenuti), ma uno dei suoi obiettivi è anche quello di favorire la condivisione della conoscenza: per farlo deve per forza utilizzare un modello diverso da quello dell’advertising (e quindi è a pagamento), ma può sperimentare altri modelli, come questo, per gli eventi dal vivo, per esempio. Inoltre è una formula che si basa sulla fiducia reciproca. Senza la quale, Wolf, che nasce con un crowdfunding, non esisterebbe.
Sesto: questo corso diventerà una case history di studio per gli abbonati di Wolf. Lo valuteremo e lo racconteremo in maniera trasparente da un punto di vista dell’organizzazione, del ritorno economico, della soddisfazione dei partecipanti, di possibile modello da applicare per una serie di eventi formativi.
Settimo: perché il corso abbia successo, ci vuole anche la collaborazione degli abbonati di Wolf. Non solo in termini di promozione (anche fra esterni, che possono entrare a far parte della comunità di abbonati oppure approcciarsi al corso pagando il prezzo pieno), ma anche in termini di partecipazione attiva, contribuendo alla creazione del programma della giornata.
Tutti i dettagli li trovi sulla pagina del corso. La conversazione in merito si svolge su Facebook.
Laughs
Ieri ho dedicato ampio spazio del pezzo di «riassunto di quel che è successo» dal venerdì al lunedì (i giorni senza Wolf) a un’intervista a Jeff Bezos apparsa su Repubblica. Raccontavo di essermi accorto – per la precisione, me ne sono accorto quando avevo già finito la stesura del pezzo – che l’intervista era stata modificata. Non sapevo dire in che termini nel contenuto ma sapevo per certo che erano stati rimossi 9 [ride] su 10. Ebbene. Ho trovato la versione in inglese. È qui. Ci sono 10 [laughs].
Tassi di conversione
Il pezzo su Pokémon GO e sul fatto che rappresenti uno dei terreni di scontro fra Google e Facebook non è solo stato ritenuto da alcuni una «teoria cospirazionista» (chissà perché, poi), ma è anche diventato, piuttosto rapidamente, il più letto fra i pezzi free di Wolf. Ecco i dati da Google Analytics, aggiornati al 26 luglio 2016. 8.905 accessi. Il dato più interessante, però, non è quello delle sole visite (abbiamo scritto più volte quali siano i problemi delle metriche quantitative, senza un’adeguata interpretazione).

Il dato più interessante è quello del tempo di permanenza. 5 minuti e 50 secondi. Significa che questo pezzo è stato letto. Poi però cosa scopriamo? Che il 92% delle persone che sono atterrate su Wolf per leggerlo (la provenienza è perlopiù social, ovviamente) ha letto solo quel contenuto (vedi la frequenza di rimbalzo).

Nei medesimi giorni sono aumentati, con una curva perfettamente sovrapponibile a quella del picco di traffico generato dal pezzo sui Pokémon, gli accessi alla pagina per abbonarsi a Wolf. In tutto l’hanno visitata, in sette giorni, 31 persone (significativamente più della media, molto bassa, come è facile immaginare).

Da tutto questo spiegamento di forze, al momento possiamo attribuire a quel post un nuovo abbonato a Wolf (anzi, se per caso hai sottoscritto l’abbonamento perché hai letto il pezzo sui Pokémon e non ci siamo già parlati, scrivimi e palesati, così aggiorno le statistiche!). Quindi, volendo fare le cose semplici (e semplificate, perché magari fra quei 31 c’era qualcuno che ha visitato la pagina dell’abbonamento provenendo da altre fonti), funziona così.
8.905 accessi portano 31 persone a curiosare fino alla pagina dell’abbonamento: è lo 0,35%.
1 persona si abbona sulle 31 che visitano la pagina dell’abbonamento: è il 3%. 1 persona si abbona sulle 8.905 che sono arrivate su Wolf per leggersi il pezzo su Pokémon GO. È lo 0,01%. Per fare le cose fatte bene dovrei togliere agli 8905 tutti gli abbonati di Wolf che, ovviamente, non possono riabbonarsi. Ma non cambierebbe l’ordine di grandezza.
Cosa ci insegna tutto questo? Che per Wolf fare pezzi con alto (o almeno buon) traffico non è necessariamente positivo. Che le metriche quantitative – giova ripeterlo – sono metriche di vanità. Che ottenere abbonati da pezzi free non è impossibile ma è molto difficile. Che è una strategia da perseguire, ma solo quando si ha un’intuizione su temi di massa oppure (per il medio-lungo periodo, molto più interessante) costruendo un glossario e un archivio di pezzi free che possano attirare un pubblico selezionato e di nicchia.