Wolf. 66

Nel gruppo di conversazione su Facebook avevo promesso che questa settimana avremmo parlato di una slide di Mary Meeker in particolare. Questa.

È una slide in cui si mostra come il presente dei video sia davvero terribilmente simile al passato. Nel 2016, la «grande innovazione» di Periscope, Facebook, Snapchat e compagnia cantante è il video live (semi-live, nel caso di Snapchat). Esattamente come nel 1926, quando non esistevano supporti di registrazione videomagnetica e dunque, fin dai primi esperimenti, si trasmetteva in televisione in diretta per forza di cose, e non si poteva archiviare un bel niente: tutto andava perso come lacrime nella pioggia, esattamente come i video di Snapchat che si cancellano dopo 24 ore.
Possiamo forse negare che l’audiovisivo televisivo del 1929 non avesse un valore editoriale? Certo che no.
Il problema, però, si trova – tanto per cambiare – nel modello di business. E nella grande domanda: come si monetizza? Come si fa a fare in modo che i video non siano valutati esclusivamente attraverso una metrica quantitativa ma che abbiano, invece, un reale valore editoriale?
Per alcuni il problema della monetizzazione è relativamente ridotto. Queste sono le cifre che Facebook paga perché alcune realtà (persone famose, squadre di calcio, testate giornalistiche) pubblichino video live sulla sua piattaforma. La cifra è in milioni di euro.
Sono 140, le realtà che vengono pagate da Facebook per utilizzare la funzionalità live sulla quale la piattaforma social di Zuckerberg punta tantissimo. È evidente che sia parte della strategia di consolidamento del walled garden. E che sul lungo periodo non prometta nulla di buono: Facebook rastrellerà il grosso della raccolta pubblicitaria (sempre che le metriche video non vengano una volta per tutte sgonfiate) e agli altri rimarranno le briciole che Facebook riterrà di riservare loro.
Facebook e Snapchat stanno seguendo, con i video, una strada che è molto simile a quella della televisione dei primordi, per diventare piattaforme dove si fa pubblicità perché sì. È per questo che Snapchat tenta di dimostrare che sulla sua piattaforma i video pubblicitari vengono visto con audio e che raggiungono un’utenza più interessata: per dar fastidio a Facebook. È per questo che Facebook gonfia in ogni modo possibile le proprie metriche. Per azzerare la concorrenza.
In questa battaglia si colloca il valore aggiunto, che è l’unico modo per fare bene e per non trovarsi, un giorno, a rimpiangere di aver gonfiato una bolla che prima o poi ci esploderà in faccia.
Abusi di Google
Nel 2015 Theregister.co.uk ha partecipato al bando della Google DNI. In una maniera davvero creativa. Con un progetto dal titolo «Inchiesta sugli abusi di Google». Dopodiché, ha deciso di pubblicare i punti salienti del bando, così come li ha compilati per partecipare. Il pezzo in cui spiegano l’iniziativa inizia con una prece in favore della DNI

«È una grande notizia. Nonostante l’interesse crescente per le notizie online, infatti, resta il fatto che il giornalismo accurato, specialmente quello investigativo, è costoso e richiede molto tempo».

Poi arriva l’affondo:

«E in questo vuoto di controllo, c’è una società in particolare il cui potere enorme e le cui enormi risorse e la propria volontà di utilizzarli per spingere la propria agenda a scapito di tutto il resto, significano che dovrebbe essere al centro dell’attenzione giornalistica. Sia che faccia pressioni sulla Casa Bianca e sui legislatori per garantirsi uno status speciale rispetto alla regola della neutralità della rete, sia che rifonda 500milioni di dollari al governo degli Stati uniti per aver pubblicato annunci pubblicitari dubbi su medicinali, sia che utilizzi i risultati del proprio motore di ricerca per buttar fuori i concorrenti e prendersi tutte le risorse finanziarie, sia che stia analizzando e memorizzando ogni minuto di veglia della nostra vita, Google è probabilmente la forza più pericolosa nella nostra moderna esistenza online»

Assolutamente geniale la timeline del progetto, da leggere in inglese. Ad un certo punto prevede le prime rivelazioni da un whistleblower di Google e le prime minacce legali da parte di Google.

Development of systems.
Identification of new team.
Gathering of data.
Analysis of data and system recognizing and highlighting patterns.
First initiation with an internal whistleblower.
First publication of an initial scoping investigation.
First legal threat from Google.
First batch of negative publicity against program fed by Google’s PR.
First completed and published story.

Semplicemente eccezionale. Una provocazione molto profonda.
Ah: il progetto è scritto bene e segue, sostanzialmente, tutte le indicazioni che abbiamo proposto ieri, quindi puoi prendere spunti. Chiaramente, il loro progetto non è stato finanziato.

Wolf. 66

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