Wolf. 34

Modelli alternativi e coerenza
Durante una cena, Rob Orchard, direttore di Delayed Gratification, magazine trimestrale che non ha pubblicità e si sostiene solamente con le vendite, è rimasto molto sorpreso da un mio racconto su un’ospitata a La vita in diretta che ho fatto venerdì scorso.
Mi hanno chiamato come «direttore di Tvblog». Ho parlato di come si fa la carbonara, del taglio di capelli di Robin Wright (aka Claire Underwood di House of Cards, solo che su Rai1 non puoi dire il titolo della serie) e dei cartoni animati in tv. Orchard era stupito che per parlare di temi simili, in tv, si chiamassero giornalisti. In effetti ha ragione lui. Ma avevo le mie buone ragioni per accettare l’invito: ragioni lavorative che, a volte, costringono a rinunciare alla propria coerenza personale. Ha senso farlo? Non lo so.

Parlando di branded content o native advertising, Orchard mi ha detto molto chiaramente: «Piuttosto di mettere un branded content sul mio magazine, lo chiudo».
È da ritenersi una specie di talebano della purezza? È una presa di posizione di quelle che si dicono per dire, ma poi alla prova dei fatti le cose cambiano?
No. Il senso con cui va intesa la dichiarazione di Orchard è questo, più o meno. Il mio modello di business non prevede pubblicità. Il magazine è fatto in un certo modo, con una linea editoriale e una visione ben precisi. Qualsiasi inserimento pubblicitario all’interno del magazine lo snaturerebbe filosoficamente e dunque anche editorialmene, perché minerebbe la coerenza interna del progetto editoriale. Quindi, se mi trovo a doverci mettere pubblicità, il mio modello non funziona. E allora tanto vale chiuderlo e fare altro.
Quando poi si fonda un progetto su solide basi filosofiche, la coerenza interna e quella personale tendono, irrimediabilmente, a coincidere. Non è una questione di purezza o di voler fare i monaci stiliti dell’advertising. È questione di avere le idee chiare e seguire la propria visione d’impresa. Qualunque sia l’impresa.
È una lezione importante.