Wolf. 16 – Da buttare, da salvare

Il web da salvare
Il 14 luglio del 2015 il blogger Hossein Derakhshan ha scritto un bellissimo pezzo in inglese su Medium, illustrato da Tim McDonagh. Il pezzo è stato tradotto in italiano, sempre su Medium, per il progetto Longform Italia. Consiglio, naturalmente, la lettura dell’originale (purtroppo, a tratti la traduzione italiana è zoppicante). Il blogger iraniano fa una disamina di come sia cambiato il web dalla fine del 2008 a oggi (mentre scriveva, Derakhshan era stato da poco liberato: era stato in carcere per sei anni e avrebbe dovuto scontarne 20). È una lettura incredibilmente lucida e, a tratti, anche molto deprimente. Forse la risposta più articolata che si possa dare a quell’analisi è un recupero del valore del contenuto. In altre parole? Bisogna smettere di far finta che i contenuti siano gratuiti (il link rimanda a un pezzo di John West, sviluppatore di Quartz, tutto da leggere).
Buona o cattiva LENA
Sai cos’è la LENA? È un acronimo che sta per Leading European Newspaper Alliance, che riunisce Die Welt in Germania, Le Soir in Belgio, El Pais in Spagna, Le Figaro in Francia, La Repubblica in Italia, Tages-Anzeiger e Tribune de Genève in Svizzera. L’accordo di collaborazione è stato sottoscritto nel marzo del 2015. Fra gli obiettivi dichiarati:

«Consolidare un’opinione pubblica europea grazie ai valori comuni dalla testate socie relativi all’importanza del giornalismo di qualità con l’obiettivo di creare una società aperta e democratica sostenendo un messaggio di progresso economico e di giustizia sociale».

Forse sarò invecchiato malamente. Ma non riesco a vedere come possa migliorare il giornalismo unire testate per la

«creazione e lo scambio di contenuti editoriali. Ciascun giornale metterà a disposizione una selezione di articoli su una piattaforma comune dalla quale ciascun socio potrà attingere secondo i propri bisogni. In aggiunta, interviste, servizi, editoriali potranno essere commissionati per la pubblicazione simultanea su tutte le testate dell’associazione»

Mi sembra, invece, che si vada, anche a livello internazionale, verso la grande concentrazione.
Intervista a Zuckerberg
Comunque sia, LENA si è messa insieme per fare un’intervista a Zuckerberg. Chiaramente, in Italia l’ha pubblicata Repubblica. Eccola qui: ne suggerisco lettura integrale.
Il motivo per cui suggerisco la lettura non è la grande qualità dell’intervista, né sono le scoperte che ho fatto leggendola. No, la ragione è più banale e in qualche modo ho bisogno di condividerla con il pubblico di Wolf. Quando ho finito di leggere – e a quel punto ho scoperto che era un contenuto LENA – mi sono detto: be’? Tutto qui? Insomma, davvero un’intervista a uno degli uomini più in vista e «potenti» del mondo può limitarsi a questo? Davvero una struttura che comprende sette grandissime testate può essere orgogliosa di un contenuto simile?
Zuckerberg tratteggia un mondo che verrà – un po’ confuso, a dire il vero – in cui parleremo in chat grazie alla realtà virtuale, spiega le prossime iniziative di Facebook, non dice nulla di particolarmente rilevante. Se non che è convinto che la realtà virtuale sarà la prossima «nuova piattaforma». Le domande non aiutano affatto. E la nota di colore finale, be’, sembra davvero infotainment anziché giornalismo, con il creatore di Facebook che parla di sua moglie e di suo figlio in questi termini: «Priscilla e io parliamo di come vogliamo riprendere i primi passi di Max con una telecamera a 360°. Quando i miei genitori e i miei parenti lo vedranno, potranno sentirsi come se anche loro fossero lì. Spero, anzi credo che presto sarà possibile». Sul tema video e figli, forse potrebbe essere illuminante un breve estratto da Oh my God, spettacolo di Louis CK. Quanto al resto, il privilegiato intervistatore, per parlare di intelligenza artificiale, ha tirato in ballo anche Deep Blue. In un modo, francamente, molto deludente. Che, però, è un ottimo pretesto per un’altra storia.
Deep Blue
Brevemente: è il computer che ha battuto per la prima volta a scacchi un campione del mondo in carica (Gary Kasparov). In realtà, nel 1996 Deep Blue (progettato dall’IBM) venne sconfitto 4-2 (su sei partite). Nella rivincita dell’anno successivo vinse: 3 e 1/2 – 2 e 1/2 fu il risultato finale. Il sito ufficiale IBM celebra ancora questa vittoria. Non ci fu una «bella», anche se in linea teorica si sarebbe dovuti procedere in tal senso. Kasparov accusò l’IBM di aver barato e comunque chiese che si disputasse una nuova partita. Non accadde nulla di tutto ciò: l’IBM rifiutò di consegnare a Kasparov i log delle analisi di Deep Blu e smantellò il computer.
Ma il computer era più forte a scacchi dell’uomo più forte dell’epoca? Forse no. La prima partita del secondo match fu caratterizzata da un episodio che solo gli amanti degli scacchi possono comprendere appieno: Deep Blue fece una mossa completamente inattesa, un sacrificio di pedone. Kasparov scrisse per il Time (e fortunatamente quel pezzo si trova ancora online) che dopo aver assistito a quella mossa gli sembrò di essersi trovato di fronte a qualcosa di diverso dal solito: «Ho avuto il mio primo assaggio di intelligenza artificiale», dichiarò il campione. Kasparov vinse comunque quella partita, ma rimase molto scosso e finì per perdere la seconda e la sesta – quest’ultima addirittura disastrosamente –, probabilmente per aver sopravvalutato il suo avversario. Il campione non la prese bene: intelligenza artificiale al lavoro fu la prima teoria che espose.
Mossa «troppo umana» fu la seconda: da cui l’accusa di aver barato. Secondo Nate Silver – che ne scrive in un meraviglioso capitolo di The Signal and The Noise che si intitola Rage against the machines – entrambe le teorie di Kasparov erano sbagliate e la mossa «imprevista» di Deep Blue non sarebbe stato nient’altro che un bug: «Incapace di scegliere una mossa, il programma ne ha giocata una completamente casuale». Il bug, però, aveva messo sotto pressione il campione umano – probabilmente vittima di un pregiudizio di conferma – e ne avrebbe causato la sconfitta.
Ecco. Quello di Nate Silver è un gran contenuto a proposito dell’umanità e dell’intelligenza artificiale. In testa c’è anche il breve documentario The Man vs The Machine.
Quanto a Deep Blue, invece, è stata senz’altro un’ottima operazione di marketing da parte dell’IBM: una sceneggiatura perfetta. Che poi avrebbe portato alla nascita di Watson, futuro campione di Jeopardy! Ma questa è un’altra storia di un altro contenuto.

Wolf non riesce a trovare quel che stavi cercando