Wolf. 100

L’immagine è gentilmente offerta da Andrea Barnaba, abbonato di Wolf. Siamo anche questo: una comunità di persone che condividono esperienze di lavoro.

Fare quel che dici si dovrebbe fare

Quando abbiamo deciso di fare Wolf, un mattino bello freddo fatto di caffè e cappuccini, un mattino in cui Slow News e DataMediaHub si sono incontrati, l’idea era semplice: secondo noi predichiamo bene. È il momento di razzolare meglio. In altre parole, di fare un prodotto editoriale B2B dedicato all’analisi dei media, al giornalismo, alla comunicazione, al web marketing, offrendo quello che secondo noi manca. Un prodotto a pagamento, per abbonati.
Lo abbiamo pensato. Abbiamo lanciato un crowdfunding su Produzioni dal basso per partire (l’analisi del crowdfunding, con trasparenza sui dati, sui tassi di conversione, sulle fonti di traffico alla landing page della campagna, è diventata il contenuto del primo numero di Wolf riservato ad abbonati). C’è stata la spinta alla campagna, l’ansia di non arrivare – lo sai, quant’è difficile, in Italia, ottenere quei pochi link pubblici di sostegno che fanno la differenza? – la felicità nel constatare che avevamo addirittura superato l’obiettivo che ci eravamo prefissati. Abbiamo raggiunto 150 sostenitori (che oggi sono cresciuti in valore assoluto, nonostante il naturale turnover) e tre abbonamenti aziendali. 34 settimane dopo, abbiamo fatto l’invio del primo numero ai sostenitori, la crescita lenta degli abbonati ci ha portati a festeggiare il numero 100. Che è un numero un po’ speciale e dunque è gratis.
Chiariamoci: è gratis perché ci serve (anche e soprattutto) come content marketing. Per ringraziare pubblicamente la nostra comunità di lettori e per avere un contenuto da mostrare a chi lettore non è. Nei contenuti gratis, in questo contesto di sovraccarico informativo che non genera valore, da queste parti crediamo poco o niente.
Per 34 settimane ci siamo sentiti, mandati mail, abbiamo cercato di offrire visioni differenti, consulenze agli abbonati scritte in pubblico sotto forma di tutorial o guide reali (niente roba tipo: i 5 trucchi per…). Abbiamo cercato di selezionare notizie che non girassero già troppo e che fossero di valore. Ogni numero di Wolf ci costa lavoro per pensarlo, confezionarlo, realizzarlo, sempre diverso.
Ogni numero ci soddisfa col dubbio. Perché il polso della situazione, quello che ci indica se la strada è corretta o se dobbiamo cambiare, migliorare, ce lo danno soltanto i pareri, i commenti, le interazioni con le persone vere con le quali facciamo vere conversazioni (anche dal vivo): gli abbonati, che per il momento si radunano sul gruppo di Facebook ma a breve porteremo anche qui, con un forum dedicato. Perché per noi l’algoritmo è il lettore.
Che cos’è Wolf
Wolf. è una pubblicazione sotto forma di newsletter a pagamento, dedicata a professionisti della comunicazione. Significa: a giornalisti, a social manager, ad operatori di marketing online. A tutti coloro che lavorano, insomma, con i contenuti, il pubblico, la comunicazione in senso lato. È edita da Slow News. È fatta dallo staff di Slow News e di Data Media Hub.
I due autori principali (diciamo così, i resident) di Wolf sono Alberto Puliafito (che svolge funzioni di editor) e Pier Luca Santoro. Wolf ospita spesso autori «guest» (fra cui Mafe De Baggis, Andrea Daniele Signorelli e altri). Wolf propone: notizie, analisi, guide, consulenze. Ma anche conversazioni a tema, eventi dal vivo e di formazione.
Quali sono i cardini della filosofia di Wolf?
La nostra filosofia è molto pratica e i punti principali che la costituiscono sono anche strumenti di comprensione e, soprattutto, di azione e di lavoro.

Wolf ha sviluppato un modello di business per il giornalismo del futuro (in Italia ha avuto poca eco. Se ne sono interessati, però, come accade spesso, all’estero. Su Wan-Ifra, per esempio, con intervista ad Alberto Puliafito).
L’economia delle soluzioni parziali per alcuni, che poi il primo passo per progettare la propria permanenza all’interno dei servizi offerti dalle OTT (Google e Facebook) senza esserne dipendenti, e per progettare, contemporaneamente, un’exit strategy quando diventerà necessaria.
La necessità di rallentare come fuga dal sovraccarico informativo (che è diventato anche un evento al Festival del Giornalismo di Perugia e che si sta sviluppando in un progetto di respiro internazionale insieme a Peter Laufer)
Non si ricerca volume ma si ricerca valore (il valore «paga». Il volume no)
Le nicchie sono un luogo dove si può offrire un servizio sostenibile: viva le verticalità. E le loro comunità di riferimento, con i loro bisogni e i servizi che richiedono.
I social non sono piattaforme di distribuzione, così come non lo sono i motori di ricerca.
Per capire i social e i motori di ricerca e, in generale, tutti i servizi di cui possiamo pensare di usufruire per il nostro lavoro (e tutte le tecniche che ne conseguono: fare SEO, tentare di aumentare la portata delle condivisioni sfruttando l’algoritmo di Facebook e via dicendo) è necessario capire la convenienza specifica.
Gli eventi dal vivo (incontri, corsi, workshop), che mirano anche a rivedere il concetto stesso di formazione. Nel primo corso SEO di Wolf, andato esaurito, abbiamo, per esempio, offerto una selezione di testi propedeutici e chiesto ai partecipanti di fare anche un lavoro prima del corso, inviandoci domande e dubbi per migliorare la giornata formativa e per svilupparla meglio secondo le esigenze di chi ne fruiva. Poi abbiamo condiviso dati, account Analytics, competenze e conoscenza.
L’importanza dello studio, dell’analisi e della formazione su fonti certe e autorevoli e sulla base di esperienza personale, del mettere in discussione le convinzioni, testarle, definire degli obiettivi, misurare i risultati, fuggire dai percorsi autoconfermativi, migliorare.
La fuga dalla fuffa.