Policy di gestione delle relazioni digitali

Ho sempre avuto una policy delle relazioni digitali simmetriche molto restrittiva, consigliando ai miei clienti di fare altrettanto. Le relazioni simmetriche sono quelle in cui le due parti devono essere d’accordo nel rendere pubblico e palese il loro legame, con diverse gradazioni di importanza. Su Linkedin, per esempio, la rilevanza di un legame è molto importante, perché implica una garanzia e un riconoscimento; su Facebook meno, anche se comunque la visibilità esterna delle tue azioni nella rete dei tuoi amici e, soprattutto, negli annunci pubblicitari implica un minimo di responsabilità.

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Su piattaforme asimmetriche, come Twitter, Instagram o Medium, il «chi segue chi» ha molta meno forza e importanza, a meno di non essere personaggi pubblici che devono valutare il significato anche dei follow e dei like.

La mia policy personale è sempre stata molto semplice: su Linkedin accetto solo le richieste di persone con cui ho avuto a che fare per lavoro (senza problemi), su Facebook accetto solo le richieste di persone che ho conosciuto personalmente e/o di cui mi ricordo.

Questo, per quanto riguarda Facebook, fino a pochi giorni fa.

Al rigore della policy, infatti, non corrispondeva un rigore nella gestione delle richieste: su Facebook ero arrivata ad avere quasi mille richieste inevase, alcune di anni fa. Mille richieste è il limite che puoi tenere in sospeso e non puoi accettarle o rifiutarle tutte insieme. Decido di prendere tutti, eliminando solo nomi finti, aziende che usano il profilo personale invece della pagina e foto profilo che mettono a disagio.

Inizio a farlo e pubblico questo post:


Perché ho deciso di cambiare? Un po’, come dico nel post, per il fastidio di veder confondere la riservatezza con la protezione dei dati (problema nato e cresciuto con l’abuso della parola «privacy»), un po’, come per quasi tutto quello che faccio, per vedere cosa succede.

Cosa è successo?

Due settimane e mille amici in più su Facebook: ho la timeline invasa da persone che non conosco, che però dicono cose mediamente interessanti e raramente sgradevoli.

  • Una persona si è impermalosita per il mio post, non apprezzando di essere stata «accettata» in questo modo.
  • Ho scoperto di aver fatto brutta figura con molte persone che sono rimaste in attesa molto più a lungo del dovuto.
  • Ho ricevuto diverse richieste di fare like a pagine, ma quasi tutte pagine per me interessanti.
  • Ho bloccato due persone invadenti.

In sintesi: ho rotto la bolla, o meglio, ho (ri)scoperto che il principio di affinità (community) vale ancora molto di più del principio di relazione (network).

Le persone che, invece di seguirmi, chiedono un legame simmetrico, più forte, avevano ragione a chiedermelo: non sono persone che conosco, ma che potrei e vorrei conoscere, persone simili a me.

È stata una scoperta interessante, anche perché mi ha fatto (dolorosamente) scoprire quanto ho dimenticato dei primi tempi della mia vita in rete, quando parlare con gli sconosciuti era la norma. Ho scoperto che sono portata a giudicare il valore di un messaggio più in base al mittente che al contenuto: un errore gravissimo che mi sto allenando a non ripetere.

Community e bolle

Per chi non c’era vale la pena di ricordarlo: un tempo, prima dei social network, la socialità digitale era fatta di relazioni tra persone che non si conoscevano e di cui si ignorava praticamente tutto (il vero nome, l’età, la provenienza, il lavoro, spesso la foto). Era un mondo di testo e contenuto, in cui ti piacevi o ti stavi sul cazzo in base a quello che scrivevi, a come, quando e quanto spesso scrivevi, rispondevi, interagivi, discutevi, aggredivi, ragionavi.

Era un mondo di relazioni fatte di parole e non di persone, con le persone in secondo piano, almeno finché non ci si incontrava di persona. Conoscersi nella realtà fisica implicava uno squilibrio del rapporto: età, aspetto, modo di fare tornavano a prevalere sull’interesse dei contenuti, cambiando i rapporti anche nei luoghi di incontro digitali.

Le chiamavamo online community ed erano il lato buono delle bolle: luoghi in cui sapevi di essere con tuoi simili sulla base di un interesse e di un linguaggio condiviso. È una socialità che i social network hanno quasi distrutto, al punto da avermi quasi fatto dimenticare che piacere è conoscere qualcuno attraverso la forza delle sue parole, e chi se ne frega se non hai la più pallida idea di chi è.

E quindi, la policy?

Questo esperimento mi ha convinto che, oggi più che mai, vale la pena di aprire tutto; con qualche cautela su Linkedin, per evitare di garantire senza rendermene conto per una persona disonesta. Per il resto, meglio avere l’unfriend facile che il friend difficile.