Le previsioni del tempo e i contenuti commodity

Le previsioni del tempo in Italia, quelle in video, sono vecchie quanto la tv. La prima trasmissione sul Programma Nazionale risale al 3 gennaio 1954, proprio contestualmente all’inizio delle trasmissioni regolari della televisione italiana. Erano all’interno del telegiornale e a cura dell’Aeronautica Militare. Io ho fatto in tempo a vedere Bernacca e non so come a ricordarmelo. Mi ricordo anche il debutto di Paolo Sottocorona nel 1986 a Unomattina, quando la tv apriva un nuovo spazio in un orario fino a quel momento non presidiato.

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Prima della tv, chiaramente, c’erano le rubriche delle previsioni del tempo sui quotidiani cartacei. Poi si è scatenato l’inferno. In che senso? Nel senso che il meteo è uno degli argomenti più cercati, voluti, seguiti, letti dalle persone. La cosa non ci può stupire.

Se pensi al modello di business tradizionale di chi monetizza con i contenuti online capirai senza troppa difficoltà che per qualsiasi generalista sul web era indispensabile avere una rubrica meteo e «pomparla» quanto più possibile attraverso tutte le possibili fonti di traffico.

La prima cosa che si è fatta è stata fare dei piani editoriali super aggressivi per raccattare tutto il traffico possibile e immaginabile dai motori di ricerca. Questo ha letteralmente infestato le SERP di Google da un lato, con una serie di siti a volte anche autorevoli a volte spazzatura. E ha messo in evidenza una debolezza dell’Aeronautica italiana che ha ancora oggi un ottimo servizio meteo anche sul web ma ha letteralmente rinunciato ad almeno una delle varie leve di traffico che può avere sul sito, quella dei motori di ricerca. Se cerchi meteo + qualsiasi località italiana, il miglior sito di meteorologia in Italia non lo trovi su Google. È colpa di Google? No.

Il livello a cui si è arrivati in termini di aggressività sui piani editoriali prevede addirittura, in certi casi, la scrittura automatica di pagine su situazioni meteo che non esistono ancora.

Non so se mi spiego: esistono pagine con titoli tipo Che tempo faceva a Sanremo a Giugno 2019. Oggi, 12 settembre 2017 (!).

Questi sono i «trucchi». Le cose che non servono a niente, insomma.

Ovviamente, al solo scopo di fare traffico su tutto quel che si può a tema meteo. Questo significa che alla ricerca su Google, le persone trovavano spesso contenuti di scarso valore.

Google come ha reagito? È corso ai ripari, trasformandosi in un motore di risposta.

Reazioni? Tutti a lamentarsi di Google che ti ruba traffico ai siti.

Fatti?

  • Google fa, purtroppo, quel che si doveva immaginare (trasforma i dati in maniera visiva per dare alle persone la risposta più corretta possibile nel più breve tempo possibile)
  • chi ha i contenuti migliori non li valorizza con tutte le leve possibiki
  • chi non ha i contenuti migliori usa trucchetti

La conseguenza? Il contenuto (anche di valore aggiunto per le persone, come il meteo) si trasforma in commodity.

E poi vai a recuperare. Come si fa?

Su Facebook le cose vanno allo stesso modo da un po’.

D’altro canto non è che il presidio «umano» su temi meteo vada spesso alla grande, come dimostra questa immagine che ho postato ieri nel gruppo di conversazione di Wolf su Facebook.

Qui i problemi sono altri e raccontano come i social vengano mal interpretati (programmare? Sì, se proprio devi, ma non dimenticartene!)

Se i contenuti importanti per le persone non vengono valorizzati con tutte le tecniche possibili ma a partire da un metodo e da una strategia chiari, non c’è alcuna possibilità di fare «meglio» delle piattaforme OTT, di cui poi ci lamentiamo.

Allora cosa bisognerebbe fare? In realtà sarebbe molto semplice, e si traduce in una serie di punti che qui svisceriamo spesso e che stiamo cercando di mettere in ordine per avere, alla fine di questo percorso di inizio stagione, un vero e proprio manuale d’uso.

Se hai un contenuto di valore e lo rendi disponibile gratis questo contenuto ha «solo» quattro modi per essere raggiunto:

  • motori di ricerca (organico o a pagamento)
  • social (organico o a pagamento)
  • messaggi diretti (email marketing, canali sulle app di messaggistica, bot)
  • p.r. (sì, le care vecchie pubbliche relazioni, che vanno dal parlarne al farne parlare, dal generare ricondivisioni all’ottenere link)

Per farlo occorre il famigerato piano strategico. Ho deciso di dargli un nome. Si chiama MeMe (che sta per Meno, Meglio).

Sembra facile, probabilmente non lo è. Ma si può mettere in fila, sotto forma di to do list. È quel che faremo.