La polvere di drago

«Hullo! Hullo! QQ coins?»

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Monetizzare monetizzare monetizzare.

Monetizzare i contenuti per salvare il media publishing (leggi: i giornali) dal metadone della pubblicità.

È uno dei temi più caldi degli ultimi anni e le soluzioni non sono poi così chiare ed evidenti a tutti.

Due note di contesto innanzitutto: le persone accedono ai contenuti ennemila volte su cento tramite social.

Però non sembrano morire dalla voglia di abbonarsi alla versione digitale delle loro testate di riferimento. Per lo meno, a quanto sembra, non nel nostro paese. Non conosco i dati esatti di R+ né degli omologhi belinogrammi delle altre testate italiane, ma sono abbastanza sereno nell’ipotizzare che non ci sia chissà quale spazio di crescita per prototipi di questo tipo. Su Wolf riteniamo da sempre che ci sia invece molto spazio per il giornalismo a pagamento di qualità. Forse questo significa semplicemente che al momento il pubblico di riferimento di quelle testate è diviso tra i giapponesi che giustamente non rinunciano al rito della copia cartacea e una pletora di lettori opportunisti tattici che leggono volentieri contenuti d’infotainment tra una pubblicità e l’altra, ma a patto di starsene rigorosamente fuori dai paywall.

Proviamo a guardare avanti?

I millenials intanto non usano granché volentieri Facebook, se non per il pranzo della domenica a casa dei genitori. Confidando in una lasagna, in una paghetta e nella biancheria fresca di bucato.

Gli adolescenti puri vivono su Youtube, sulle consolle (meglio se arredate da musica e Netflix) e nelle camerette private delle loro chat. Snapchat compresa (per chi non lo ricordasse è una piattaforma di messaggistica anche lei). Giusto un po’ di Instagram per lo show-off e non disdegnano di lucchettarlo per trasformarlo di fatto in una chat.

Presto o tardi, tipo tra cinque o dieci anni al massimo) avranno bisogno di prestiti, assicurazioni, mutui, oltre che di mille prodotti e servizi.

Dissolvenza. Lo spazio bianco.

Affiorano due dati di fatto.

  • Oltre il 40% dei pagamenti cinesi vengono effettuati tramite applicazioni di messaggistica istantanea ed è un dato destinato a crescere.
  • Whatsapp al momento non dispone di un business model per monetizzare la piattaforma.

Le due asserzioni sono entrambe vere. Chi vuole unire i puntini?

Partiamo dall’Occidente e dal primo dato. Al momento nella galassia Zuckerberg si nicchia ancora un po’ prima di colonizzare anche Whatsapp con la specialità della casa. Già l’integrazione tra le promozioni cross tra Instagram e Facebook ha i suoi mal di pancia. Tuttavia l’uscita di Jan Koum, secondo e ultimo fondatore che era rimasto in Whatsapp sembra legata a un prossimo ammorbidimento dello standard crittografico usato per proteggere i messaggi.

Un’innovazione che era stata copiata da Telegram, percepito come molto più sicuro del rivale in verde. Un Whatsapp più sicuro significa anche un Whatsapp meno permeabile alla raccolta dei dati e al micro-targeting. Come andrà a finire? Chi chatterà vedrà.

Mentre da noi si continua a pensare che i colossi siano i Big Four (Amazon, Google, Facebook, Apple), in Cina se ne fregano altamente e continuano a far rotta sulla conquista del mondo.

Ci sono due supereroi che si contendono la posta.

La Galassia di Alibaba fondata da Jack Ma.

Com’è nato il suo impero?

Accettando la realtà che in Cina nessuno si fida di nessuno. Quando vent’anni fa E-Bay è sbarcata in Oriente sembrava impossibile rivaleggiare. In un quinquennio Jack Ma l’ha spazzata via. La sua idea è stata quella di fare da mediatore e da custode tra compratori e venditori. Ospitandoli su Taobao. Nessuno allora in Cina comprava online, per il semplice fatto che nessuno poteva sognarsi di contare sul fatto che una merce comprata e pagata a distanza sarebbe mai giunta a destinazione. Cos’ha fatto Ma? Ha comprato decine di migliaia di fax. Non è uno scherzo. E ha fondato Alipay.

Alipay
Born in 2004, Alipay was first created as the payment department of Taobao, the B2C platform of Alibaba Group. It was right after eBay acquired Eachnet.com in China, and Taobao saw this acquisition as a major threat for its marketplace business. To enhance its competitive advantage, Taobao tried to solve the biggest pain point in ecommerce in China at that point — the trust between seller and buyer. Back then, many conversations between sellers and buyers on Taobao failed to result in a transaction, often times because both sides suspected each other as fraudsters. So Taobao introduced Alipay as a 3rd party to temporarily hold the money paid by the buyer, and would not release the money to the seller until the buyer confirms that the product was received and in good condition. Successfully solving the trust issue, Alipay saw tremendous growth on Taobao plaform, and even started to be used on other platforms outside of the Alibaba ecosystem.

In pratica il compratore deposita su Alibaba la somma con cui pagare gli acquisti. Quando la merce arriva a destinazione, l’acquirente faxa a Taobao il nulla osta per trasferire e accreditare i soldi al venditore. Niente di nuovo sotto il sole rispetto al buon vecchio «tu prima dare cammello». Però da allora la gente si fida e la piattaforma di Alibaba è stata rifatta quattro volte.

Adesso Ant Financial (la piattaforma con cui Alibaba è decollata alla conquista del mondo finanziario) ha dei supercomputer che processano continuamente ogni singolo pagamento in tempo reale (se ne fanno x al secondo) individuando ed eliminando sul nascere ogni possibile frode.

L’altro gigante ha una storia molto diversa e richiede di fare un salto all’indietro.

Torniamo a dodici anni fa. Corre la primavera dell’anno 2007. «L’anno dell’iPhone!» pensi tu. E invece no, l’iPhone non è ancora stato lanciato e ancora non abbiamo la più pallida idea di quanto e soprattutto di come e in quali direzioni la nostra vita connessa stia per cambiare.
Non so se lo conoscete già, ma Nouriel Roubini è uno degli economisti più ascoltati nel mondo.

Prendete un Paul Krugman e aggiungete un twist di carogna in più rispetto alla vis polemica di un Nassim Nicholas Taleb e avrete Roubini. Uno che non vorreste avere mai come vicino di casa, insomma. A meno che non si tratti di organizzare una faida per far fuori l’amministratore di condominio. In uno dei suoi rant recenti più applauditi, Nouriel Roubini ha deciso che le criptovalute non hanno futuro e che la Vera Innovazione Finanziaria non ha niente a che spartire con bitcoin e cripto-soldarelli vari:

Ecco. Roubini ha appena citato Tencent, l’altro gigante dei pagamenti via cellulare. È strafelice di potervi dire che i pagamenti mobile sì che sono una roba seria, mica le criptovalute. Tra poco vi dico perché secondo me si sbaglia e i pagamenti mobile paradossalmente hanno molto a che vedere con i bitcoin nonostante non entrino in gioco in alcun modo e in alcun passaggio nel business attuale. Notando anche per inciso che nemmeno i pagamenti mobile hanno avuto vita facile fino all’altro ieri.

Comunque un collegamento tra le due cose c’è.

Per dirlo ho bisogno di tornare con la mente insieme a voi alla primavera del 2007.

Tencent (si noti l’insospettabile ironia quasi British del nome!) era già quotata alla borsa di Hong Kong ma ricordiamoci che allora non esistevano ancora i cellulari per come li intendiamo adesso, figuriamoci i pagamenti coi cellulari.

E allora qual è, nel 2007, il core business di Tencent, quello grazie al quale si è quotato in borsa?

Le skin per le chat. Ossia: Tencent vende alle ragazzine e ai ragazzini asiatici vestitini, accessori e cannolicchi vari per addobbare i propri avatar nelle chat, che in

Asia sono già in forma rudimentale sui cellulari, ma parliamo di telefoni in era pre-smart phone.

Cosa ti potevi comprare esattamente (e ancora adesso, peraltro) coi QQ coins?

Questo:

  • Red for the QQ Show service which features some superficial abilities such as having a colored account name.
  • Yellow to obtain extra storage and decorations in Qzone—a blog service.
  • Blue to obtain special abilities in the game-plays of QQ games.
  • Purple for obtaining special abilities in games including QQ Speed, QQ Nana, and QQ Tang
  • Pink for having different boosts in the pet-raising game called QQ Pet.
  • Green for using QQ music—a service for users to stream music online. <!– though sometimes consuming a lot of disk space due to caching. –>
  • VIP for having extra features in the chat client such as removing advertisements
  • Black for gaining benefits related to DNF (Dungeon & Fighter), a multiplayer PC beat ‘em up video game.

Altro elemento importante affiora all’ultimo punto dell’elenco: in quel periodo si stanno anche sempre più diffondendo i giochi multiplayer online. Rispetto ai giochi di ultima generazione di cui abbiamo accennato nel numero 333 di Wolf siamo alla preistoria. Ma Tencent ha già introdotto i QQ coins, dei crediti per acquistare le skin e le altre robine di cui sopra.

[comprereste un’auto usata da questo pinguino?]

Chi volete mai che credesse in Europa, nel 2007, nei QQ coins, diavolerie per ragazzine cinesi in fregola per le tempeste ormonali dell’adolescenza? Nessuno. Tenete conto che Tencent rilascerà formalmente la versione online dei suoi QQ solo un anno e mezzo più tardi, il 15 settembre 2009. Con un pezzo piuttosto freddo, il 30 marzo 2007 il Wall Street Journal pubblica un pezzo intitolato: «I QQ coins sono la nuova moneta del reame cinese?». Naturalmente il sottotitolo causticamente aggiunge: «Officials Try to Crack Down As Fake Online Currency Is Traded for Real Money».

La sensazione è che da un momento all’altro le autorità finanziarie li avrebbero dichiarati illegali togliendoli definitivamente dalla circolazione. Ogni volta che una moneta giocattolo raggiunge una certa diffusione le autorità le dichiarano illegali, nell’interesse del pubblico che potrebbe affidarsi incautamente a strumenti fittizi, senza un sottostante solido. E i QQ coins rispondono perfettamente all’identikit: soldi del monopoli per pagare artefatti elettronici di nessun valore. Tra l’altro ecco il punto di svolta, avvenuto più o meno un anno prima, nel 2006:

The crux of the WSJ story goes like this: “Then last year something happened that Tencent hadn’t originally planned. Online game sites beyond Tencent started accepting QQ coins as payment.” In other words, the rules of one “virtuality” were co-opted by another “virtuality.” The QQ coins crossed the boundary of one system into another with a different though somewhat parallel set of rules. The authors cite the convenience of managing and accounting for petty transactions online as one of the primary motivations for the shift. Interestingly enough, the other online game companies recognized the essential value of the virtual QQ coins. Like real money they represent nothing more than an accounting system for which Tencent already had a structure that could be leveraged for the sake of efficiency. This is free market mercantilism at its best. (fonte)

Esattamente qui entra in gioco bitcoin. L’anno successivo è il 2008 della crisi dei mutui subprime e tra il 2009 e il 2010 Satoshi Nakamoto inventa una moneta pendolo, il bitcoin, che non ha bisogno di approvazioni terze per funzionare.

Nouriel Roubini si sbaglia a mio avviso proprio a partire da questo presupposto.

Se non fossero nate le criptovalute a dimostrare che si può creare una moneta perfettamente funzionante senza passare dalla validazione bancaria i regolamentatori sarebbero ancora col fucile puntato su Fifa Points, QQ coins e altri crediti acquistabili in valuta.

Lo dico meglio: l’avvento di una minaccia vera all’architettura finanziaria tradizionale ha sdoganato totalmente i tipi di soldi elettronici non eretici, tradizionali. Quelli «Tre palle un soldo», dieci reminbi 100 QQ coins.

Si noti che per un lungo periodo la Banca Centrale Cinese ha tentato comunque di bandire i QQ coins per sconfinamento monetario. La tesi difensiva dei legali di Tencent è sempre stata che i QQ non sono una moneta ma una merce: tu compri dei gettoni per salire sulle giostre in chat.

Il problema è che, come abbiamo visto, parti terze hanno cominciato ad accettarlo in pagamento per altri giochi e i giocatori stessi hanno creato un mercato secondario dei crediti.

Un po’ poco per investirci, col rischio concreto di chiusura minacciato credibilmente dalle autorità cinesi di oltre dieci anni fa. Dieci anni che in Cina sono state l’equivalente di un’era geologica.

Nel frattempo chi avesse investito su Tencent nella primavera del 2007 avrebbe intercettato la crescita dell’azienda che nel 2013 ha fondato WeChat Pay e un mercato Oceano Blu che ora nei soli pagamenti mobile in Cina vale 3600 miliardi di dollari (tre trilioni e sei, se preferite).

Nelle prossime puntate scopriremo elementi in più nello scontro tra Maciste Alipay e Godzilla WeChat Pay.

Se Jack Ma (o se preferite Alipay) è il re della domanda diretta, Tencent (WeChat Pay) è il re della domanda latente.

Alibaba trasforma in merce qualunque cosa tocchi. È il mondo del cubetto di porfido, del ninnolo fisico. Stai cercando una lavatrice? (domanda diretta) Alibaba Group e il suo new retail sono i re incontrastati di questo mercato.

Ma Tencent, tutto all’opposto, domina il social commerce ed è in grado di farti comprare qualunque cosa senza che tu l’abbia deciso prima. Via Instant Messaging. Altro che QQ coins. Per credere in Tencent dieci anni fa dovevi aver capito che i QQ Coins erano soldi veri come tutti gli altri. Dieci centesimi per comprare polvere di drago. E la polvere di drago da che mondo e mondo è la moneta dei re.

I re del mondo.

«Cosa ce ne facciamo della polvere di drago?»

(più o meno questo si chiedevano le persone scettiche su Tencent e i QQ coins nel 2007). Chiamiamola «Sindrome di Downton Abbey».