Graffette

Ci svegliammo un giorno con un sogno: volevamo cambiare il mondo. Ma il mondo si cambia con le piccole cose, giusto? E poi, se devo essere sincero, non è vero niente. Non volevamo cambiare il mondo. Volevamo vivere del nostro lavoro. E c’era una cosa che sapevamo fare: produrre graffette.

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Il mondo abbiamo iniziato a volerlo cambiare dopo.

È iniziato tutto a colpi di prototipi, acquisizione di materie prime, produzione artigianale, prezzi alti. Troppo alti per un pubblico di massa ma sostenibili per quelli che volevano proprio le nostre graffette. Con i primi soldi abbiamo incrementato la produzione e investito un po’ in marketing, in modo da aumentare il desiderio nei confronti dei nostri prodotti. E abbiamo investito nel prodotto per migliorarlo e nella produzione, per renderla più efficiente. Piano piano abbiamo cominciato a crescere finché la domanda, grazie all’aumento di qualità di prodotto e attività di marketing, ha iniziato a crescere molto di più.

E allora abbiamo automatizzato la produzione, all’inizio con cautela. Poi sempre di più.

Era un gioco di equilibri: comprare le materie prime nel momento giusto. Alzare i prezzi, poi riabbassarli, poi trovare il giusto compromesso fra quantità di graffette prodotte e vendute, capacità dell’offerta e smaltimento per la domanda.

Poi abbiamo iniziato a investire sul mercato finanziario: i proventi dei primi investimenti sono serviti per aumentare la capacità operativa e per dare sfogo anche alla creatività. Abbiamo investito non solo in macchinari produttivi ma anche nella componente hardware e software. Anche qui si è trattato di trovare il giusto equilibrio fra processori e memorie.

Crescevamo. Discutevamo, litigavamo, anche, perché non ci era chiaro che strada prendere. In fondo eravamo solo produttori di graffette. Ma i reparti creativi, di marketing, finanziari, la nostra voglia di fare bene e meglio avevano il sopravvento.

La teoria dei giochi ha aiutato il nostro staff finanziario a investire meglio e ci ha obbligati a investire ancora. Nel frattempo abbiamo capito che non potevamo automatizzare proprio tutto. E che per un certo periodo era meglio usare quel che sapevamo per comprare le materie prime nel momento giusto.

Sul mercato finanziario decidemmo di operare a un livello medio di rischio. Gli investimenti a basso rischio davano risultati troppo lentamente. Quelli ad alto rischio non ci convincevano.

I proventi arrivavano. Investimmo ancora in marketing e automazione di tutti i processi del nostro «core business». E ancora in marketing.

Ad un certo punto le iniziative di marketing non rendevano più. O meglio, erano sufficienti solo a mantenere l’equilibrio fra domanda e offerta in una corsa folle alla produzione e abbiamo capito che dovevamo abbassare i prezzi.

Tantissimo. Alla fine decidemmo di fare un’OPA nei confronti del nostro più agguerrito concorrente e di fatto ottenemmo il monopolio sulla produzione, distribuzione e vendita di graffette. A quel punto, minimizzammo i prezzi come non mai: avevamo venduto graffette a 30 centesimi di dollaro l’una! Ora le vendevamo a un centesimo. Il mondo si fidava di noi: marketing e qualità del prodotto andavano di pari passo. E per di più tutta la parte produttiva non richiedeva più alcun intervento da parte nostra. Non c’era più altro da fare se non aspettare che il bisogno di graffette finisse. Così ci concentrammo su altro.

Le attività finanziarie ormai costituivano una grossa fetta dell’operatività dell’azienda, forse quella preponderante. E mettere al lavoro i creativi ci portava a investire su altre questioni, molto lontane dall’idea d’impresa iniziale che avevamo. Ecco, forse fu allora che decidemmo di cambiare il mondo. O forse non lo decidemmo mai. Accadde.

Lavorammo con una fondazione per la cura del cancro. Con i progetti più evoluti per il contenimento del riscaldamento globale. Con ONG per contribuire alla creazione di processi di pace nel mondo. Sull’intelligenza artificiale, che applicavamo anche all’incremento delle nostre attività finanziarie.

Dopodiché, qualcuno pensò che si potesse ancora lavorare per far desiderare le graffette – o forse qualcos’altro? – alle persone: in fondo, se quel bisogno fosse finito avremmo perso rapidamente tutto quello che avevamo costruito, no? E ci concentrammo sugli ipno-droni. All’inizio sembrava un’idea stupida. Ma poi ci credemmo: droni che avrebbero lavorato per il nostro brand. Che avrebbero convinto le persone a voler altre graffette. Li lanciammo. Appena fu possibile.

E a quel punto fu chiaro che il mondo non ci sarebbe più bastato. O meglio, che non sarebbe bastato a loro.