DMoz: l’archeologia del web e i suggerimenti per il futuro

Dal 14 marzo dmoz.org chiude. Può anche darsi che per te questa non sia una notiza. Lo è, però, per molti che hanno visto una fetta di web svilupparsi da quelle parti. Personalmente, mi avvicinai a Dmoz all’epoca di un contest che si chiamava velocipedi equestri, un test-concorso di posizionamento sui motori di ricerca le cui origini sono da ricercarsi nel lontanissimo 2005.

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C’è una pagina online – sul sito velocipedi-equestri.it, che riporta tutta la storia. All’epoca avevo un blog che si chiamava Indignato.it. Ci giocavo, più che altro: non avevo ancora capito bene cosa ci avrei fatto e lo avevo ereditato. Oggi quel blog non esiste più: tracce cancellate. Ma la storia dei velocipedi-equestri esiste ancora.

Per fartela breve, il gioco era: posizioniamoci su Google per una chiave di ricerca che non ha mai cercato nessuno. Roba da smanettoni, da nerd, da intellettuali della SEO che si bevono il loro spritz vantandosi di un posto in prima fila in una SERP? O roba che anticipava concetti di cui tu, che leggi Wolf, hai contezza? La seconda, ovviamente. Sai perché? Perché finché Renzi non chiama jobs act il jobs act, per il mercato della ricerca italiano jobs act vale esattamente quanto velocipedi equestri.

Comunque, se vuoi approfondire puoi scrivermi e ne parleremo.

Cosa succede e perché la cosa riguarda Dmoz? Una delle informazioni che passavano da SEO in SEO all’epoca era il fatto che Google tenesse in grande considerazione la presenza di un sito in Dmoz.

Cos’è – fra poco: cos’era – Dmoz? È presto detto. Dmoz è una directory di link, open, aperta a tutti: potevi far richiesta, diventare editor e iniziare a ricevere segnalazioni di siti e categorizzarli. Anche noto come Open Directory Project, è stato mantenuto per 19 anni da una comunità di volontari (anche se apparteneva ad AOL).

Per uscire dai tecnicismi, Dmoz si presenta come un archivio di link curati manualmente, esaminati, scelti, recensiti. Ti consiglio vivamente di leggere la storia di questo progetto, fin dalle disavventure del nome: GnuHoo, che non stava bene a Richard Stallman, NewHoo, che non stava bene a Yahoo e via dicendo. È uno spaccato di storia e cultura del web che al momento non mi sembra di trovar raccontato bene, se non su Wikipedia.

Google ha utilizzato per molto tempo Dmoz come segnale (uno dei segnali di ranking, per la precisione) se sei in una directory curata manualmente, pensavano gli amici Larry e Sergey, allora sarai anche autorevole.

E quindi si pensava che esserci avesse forti benefici lato SEO, per fartela breve.

Dopodiché, siccome l’algoritmo di Google nel 2005 non era particolarmente evoluto – e anche oggi il concetto di qualità lo devi andare a cercare e ci devi credere tu per primo, il primo risultato che rimase posizionato e vinse il concorso era una pagina del gruppo di HTML.it che non era in Dmoz, non aveva nessun contenuto reale ma si era preso un backlink da un sito che aveva Pagerank=7 e faceva puro Google Bombing.

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Ebbene sì. Oggi, però, se cerchi velocipedi-equestri c’è un’altra pagina, al primo posto, informativa e «di qualità», rispetto all’argomento selezionato.

Insomma: ancora una volta quel che si diceva in giro non rispondeva a verità e ancora una volta se il tema della competizione è la rapidità si trova una qualche via per ingannare un algoritmo (sarà sempre meno così, sarà sempre più difficile e sul lungo periodo l’unico modo per emergere saranno i contenuti veri e selezionati, progettati, architettati).

Ma torniamo a Dmoz. Detto che non era una condizione sufficiente e nemmeno necessaria per essere presente in Google, è ovvio, comunque, che avere uno o più backlink da quella directory era sinonimo di autorevolezza per una valutazione «automatica». E così ti lascio immaginare cosa accadde.

Iniziarono le controversie. Le polemiche. Una riguarda anche l’Italia, protagonisti alcuni membri del ForumGT (la vicenda è impossibile da ricostruire, giacché ciascuna delle due campane dice la propria e tocca solo parteggiare per l’una o per l’altra, quindi astenenrsi dal giudizio oggettivo). Ma all’estero le cose non è che andassero meglio.

In Dmoz si poteva inserire il sito in una sola categoria. Era una regola specifica. L’ambizione del progetto era quella di operare un’organizzazione strutturata, chiara, rigorosa anche dal punto di vista della tassonomia per creare un grosso indice curato a mano della rete. Ma poi, ecco che succedono cose come questa: il sito Topix.com, nel 2007, si trova presente in 17mila categorie di Dmoz. Era un aggregatore di proprietà di Rich Skrenta. Il fondatore di Dmoz.

Così, succede che un servizio che era nato non per gli addetti ai lavori ma per la comunità delle persone che voleva avere un punto di partenza per le proprie navigazioni sul web era diventato, in un certo senso, uno strumento di marketing con le sue tecniche black hat. E questa è una delle ragioni – insieme all’incapacità di innovare – che lo ha condannato inesorabilmente alla chiusura.

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Sul ForumGT ne stanno parlando e hanno prodotto questo grafico che mostra l’incremento del numero di editor (chissà quanti di questi effettivamente attivi) e l’andamento del numero di link indicizzati nel progetto).

Cosa rimane da dire qui, dove dobbiamo cercare di trarre qualche lezione utile, oltre a raccontare storie? Be’, forse ti sembrerà strano, perché è un concetto che sembra appartenere a un’era geologica fa. Ma esistono altre directory e per molti versi è ancora utile farne parte.

Ce ne sono di free, come Best of The Web, e ce ne sono altre che offrono addirittura recensione e link a pagamento (cioé: vuoi entrare in una directory tipo: GoGuide, Skaffe, Ezilon, Aviva Directory? Bene. Paghi se il tuo sito ha interessi commerciali). Quest’ultima cosa dovrebbe ricordarti che i link a pagamento non sono graditi a Google. E infatti, guarda un po’ – giusto per capire che, no, anche se parliamo di storia non stiamo parlando di cose che non sono attuali – appena tre giorni fa John Muller ha dichiarato che, no, non è utile essere in una directory per migliorare il ranking (o che comunque non è quello il modo giusto).

Sarà che a pensar male si fa peccato, ma il giorno successivo è arrivato l’annuncio della chiusura di DMoz.

Questo significa che la curatela editoriale di quel che si trova sul web non ha senso? Ma no, assolutamente no. Significa che va fatta in maniera diversa. Pensando a contenuti e lettori.