Dati, Google DNI e altre storie

Segnalato il piccolo conflitto di interessi – mi hanno chiamato a tenere una lezione all’evento di presentazione della piattaforma – mi sembra giusto tornare ad occuparci di The Press Match.

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Il motivo è semplice: per un caso assolutamente fortuito, è stata la piattaforma vincente al primo turno della Google DNI di cui ci siamo occupati. Barbara d’Amico, una delle creatrici della piattaforma, ha scritto per Wolf una breve guida spiegando come hanno pensato e realizzato il progetto vincente. Eccola qui: potrebbe tornarti molto utile in futuro.

La piattaforma esiste e ci si può iscrivere. È una buona occasione per vedere come sono stati utilizzati i soldi vinti da una realtà nel primo bando di Google. E questo mi sembra un primo elemento importante da considerare, visto che potrebbe guidarci per eventuali idee da proporre.

C’è altro. Nel corso della presentazione della piattaforma, che ha come scopo quello di provare a ridurre ai minimi termini il rumore di fondo del rapporto relazionale fra chi comunica e chi informa – la faccio semplice? Le mail che mandi disperatamente (le telefonate, i messaggi, i whatsapp) quando speri di far uscire un pezzo su un prodotto, un evento, un servizio. Oppure, dall’altra parte, i dannatissimi trecento comunicati stampa che ti trovi tutti i giorni nella casella di posta e dei quali non sai proprio che fartene – sono stati presentati i risultati di un’indagine svolta fra giornalisti e comunicatori.

Come ho appena scritto parlando di metriche, la parte interessante sta nei numeri piccoli (o più piccoli).

Il dato evidente è che la maggior parte dei giornalisti tradizionali non prende in considerazione i social come reali fonti di notizie. E che ci si basa ancora su una tipologia di relazione molto personale (voglio ignorare volutamente quel dato al secondo posto in cui le fonti web come wikipedia rivestono un ruolo fondamentale per i giornalisti, anche se so molto bene come viene utilizzata, Wikipedia).

Quel «Social Network» all’ultimo posto racconta un mondo di opportunità.

Vuol dire, senza stare a spaccare troppo il capello in quattro, che c’è un’esigenza formativa: i social sono una fonte. E se viene utilizzata significativamente meno di tutte le altre, vuol dire che c’è una carenza di conoscenza. Quindi si può sopperire a questa carenza lavorando, offrendo formazione, diffondendo conoscenza (un po’ quel che facciamo qui, in fondo).

Vuol dire, dall’altra parte, che c’è un’enorme opportunità – che in molti hanno capito tangenzialmente e in pochissimi in maniera compiuta – nella cosiddetta (e abusatissima) disintermediazione. Se i canali «ufficiali» di comunicazione tradizionali e ufficiali ignorano i social, allora li uso io per arrivare direttamente a piccoli gruppi di persone realmente interessate a quello che ho da dire. Non alle masse. Alle nicchie profilate.

Infine. Se è vero, come si legge nelle conclusioni, che

«sistemi che potremmo definire impropriamente “analogici” non solo resistono ma sono considerate affidabili e utili sia da chi comunica sia da chi riceve quella comunicazione»

allora, a maggior ragione dobbiamo fare i conti ancora una volta con un fatto. È la relazione che conta. Non gli invii massivi. Non i click, i picchi di traffico, i 300 pezzi tutti uguali che siamo riusciti a far uscire su 300 siti diversi.