Cos’è successo nel frattempo

In Medium stat subscription?

Alla disperata ricerca di un modello di business sostenibile per la qualità, dopo aver chiuso gli uffici di New York, licenziato un po’ di persone, annunciato la chiusura dei programmi per il native advertising con gli editori e i produttori di contenuti con cui aveva già stretto rapporti, Medium inventa l’acqua calda. In che modo? Ev Williams annuncia che sta per passare, con la sua piattaforma di pubblicazione, a un sistema di subscription. Cioè, di abbonamenti, probabilmente più simili a quella che, in un senso un po’ più lato – amo sempre la metafora calcistica – si chiama membership.

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Perché il calcio? Perché funziona, sia per la famigerata questione del «portarsi le persone nel proprio stadio di proprietà» (che è una delle leve del modello di business che proponiamo spesso) sia perché si riesce a uscire dall’inganno semantico dell’abbonato che sottoscrive un abbonamento a una rivista per ricevere questa rivista.

Io sono abbonato allo Stadium della Juventus – lo dico candidamente sperando che questo sia cosa nota e non causi tonnellate di disaffezione nei confronti di Wolf! –, ma è evidente che è qualcosa di più che ricevere semplicemente in cambio il fatto che vado a vedermi le partite. Potrei farlo comprandomi occasionalmente i biglietti, e invece faccio parte di qualcosa. Sono membro. Ho gli sconti sul merchandising. Ho (teoricamente) il mio posto a sedere (dico teoricamente perché essendo abbonato in Curva Sud non mi siedo e il posto cambia sempre. Ma anche quello fa parte dell’appartenenza: se volessi sedermi e avere sempre lo stesso posto, cambierei il mio abbonamento con quello in Curva Nord).

Tant’è, Evan Williams, per ora, ha parlato di subscriptions.

Inventa l’acqua calda, dico, perché in molti sostengono – e lo facciamo spesso anche qui – che le uniche due possibilità per i contenuti di qualità (qualunque cosa significhi questa benedetta qualità) sono i pagamenti dei lettori. Oppure, come sostiene ad esempio Julia Cagè, un sussidio pubblico o una qualche forma di investimento sul modello delle fondazioni.

Comunque sia, mi preme ritornare sul concetto di base: Williams vuole – finalmente! – tentare un modello di business in cui i lettori pagano per leggere pezzi di qualità. Evviva.

Solo che su Medium a cosa dovrei sentirmi «appartenente»? Di cosa sarei membro? Di una gigantesca piattaforma generalista? Per cosa dovrei pagare? Per qualcosa che contiene anche contenuti di qualità infima? (Come tutte le piattaforme in cui la pubblicazione è consentita a chiunque, giocoforza c’è anche quello, e in massa, per giunta) O per una curatela editoriale algoritmica? O per cos’altro? Non si sa. Quel che si sa è che lo vedremo entro il primo trimestre del 2017. E il fatto che ci abbiano almeno pensato, per chi fa Wolf, non può che essere una buona notixzia.

CSR e altre storie

In uno dei ricchissimi thread sul gruppo di conversazione di Wolf su Facebook, a partire dal famigerato Muslim Ban di Trump, si è parlato anche di CSR, che sarebbe l’acronimo di Corporate Social Responsibility. Se preferisci l’italiano stiamo parlando di Responsabilità sociale d’impresa. Una cosa che, come scrive Pier Luca proprio nel nostro gruppo «tutti ne parlano ma nessuno sa come fare. Un po’ come la pizza. Roba nota che tutti hanno dimenticato quale sia quella vera». È il solito discorso del passato che è il futuro, delle buone pratiche che non cambiano in funzione della tecnologia e via discorrendo.

A questo proposito, qualche tempo fa mi hanno segnalato uno spot dell’H&M che ha molto a che fare con questo concetto, con l’autoregolamentarsi internamente per questioni etiche. Non starò a fare il panegirico di H&M né a fare il giornalista che accoglie messaggi di comunicazione aziendale come se fossero notizie. Tuttavia, pur essendo ben note le criticità della multinazionale, se non altro propone una visione d’impresa che prova a inserirsi in questo ambito. Sul sito trovi un po’ di FAQ sulla loro politica di sostenibilità e c’è un interesse generico per la moda sostenibile, testimoniato da un magazine dedicato.

Ovviamente, tutto questo si integra anche com un piano di comunicazione di cui fa parte il video che volevo proporti e che si intitola Bring it on.

 

Devo ammettere che, quando sono arrivato al «laviamo insieme le nostre coscienze sporche», pur non ritenendomi un consumatore di primo pelo, ho pensato: «be’, ci sanno proprio fare».

Da un punto di vista registico, stilistico, estetico e di messaggio, questo video rasenta la perfezione. H&M sostiene che il progetto funziona ormai dal 2013, ma non è questa la sede per addentrarsi nell’inchiesta e verificare. Qui ci fermiamo, per una volta, al messaggio e al modo in cui viene veicolato.

Laviamo insieme le nostre coscienze sporche. Chi l’ha pensato conosce il suo mestiere.

Perché Sanremo, dicevamo

«Sarei pronto a scommettere su uno share medio oltre il 50% e sul ritorno agli 11 milioni e passa dell’epoca Bonolis», scrivevo ieri spiegando perché Sanremo sarebbe andato bene per l’Auditel. I risultati della prima serata sono esattamente in linea: 11.374.000 in valore assoluto, 50,4% di share. Andrea Fabiano, direttore di Rai1 che ieri aveva giocato al ribasso in conferenza stampa furbescamente, oggi esalta il «miglior risultato degli ultimi 12 anni» in termini di share.

La macchina di Carlo Conti è un progetto chiaro, preciso, costruito esattamente per questo: per funzionare. Con Carlo Conti si pensa al cast che copre tutte le fasce di pubblico possibili per un evento come questo. Si pensa alla scaletta nel dettaglio, agli elementi emozionali, a quelli istituzionali, si costruisce un prodotto che non vive di grandi acuti ed esalta il nazionalpopolarismo (come altro vorremmo definire il momento Ricky Martin? Anche lì, come è accaduto con un altro dettaglio che vedremo fra poco, si è rotta l’atmosfera compassata: il pubblico dell’Ariston si è alzato in piedi e alcuni sono andati sotto il palco.

Se non hai mai visto da vicino il pubblico dell’Ariston è difficile far capire la portata della cosa. C’è gente che si scongela appositamente per andare a vedere il Festival, per capirci). E non poteva andare diversamente. Roma-Fiorentina, unico elemento di controprogrammazione che poteva in qualche modo distrarre una parte di pubblico, non era abbastanza dal punto di vista dell’interesse calcistico (e anche per come si è messa la partita fin dai primi minuti è andata bene a Carlo&Maria: non c’è mai stata tensione sportiva).

A margine, faccio notare una cosa che mi preme molto in qualità di (ex) critico televisivo (anche se non si smette mai di esserlo veramente) e che mi sembra molto utile da osservare in termini di linguaggio e comunicazione e di prossemica. Quando andò la prima volta all’Ariston, Maria De Filippi – con Bonolis, nel 2009 – risultò un po’ statica e impacciata. Nonostante questo fu molto utile alla causa del Festival in termini d’ascolto.

Anche ieri è stata un paio di volte vittima di gaffe o inciampi (in senso fisico). Ma ha fatto una cosa che all’epoca non fece e che fa parte del suo stile di conduzione. Ha dato le spalle alle telecamere. È un elemento che fa parte del format Maria De Filippi e che spezza quella ridicola e obsoleta quarta parete che la conduzione televisiva tradizionale ci ha abituati a considerare. Per molti – anche per me – il dare le spalle alle telecamere se quel che sta accadendo in scena lo richiede non è un elemento di allontanamento del pubblico. È esattamente quello che va fatto per far sentire il telespettatore parte della scena. È informale.

Maria da le spalle

Se togli a Maria De Filippi la possibilità di dare le spalle alle telecamere e al pubblico quando serve, la ingabbi e la rendi impacciata, la disinneschi. Se la lasci libera di muoversi e di essere anche autoironica, la esalti.

Sanremo2 – Il sito Rai.tv e l’utilità della comunicazione fra reparti

Per una volta ci tengo a segnalare una cosa che è stata fatta bene sul digitale. Il sito di Rai.tv da cui si può rivedere il Festival propone, intelligentemente, un layout semplice, lineare e chiaro. Accompagna alla visione della puntata una timeline dalla quale si può arrivare direttamente ai momenti «salienti», frutto di una selezione manuale e non algoritmica, di scelte editoriali, in alcuni casi abbastanza ovvie e da scaletta, in altri casi che cavalcano quel che è successo in diretta. E a fronte di tutto questo c’è anche una sinergia con la parte di advertising. Un esempio? Se clicchi su «Lo scivolone di Maria» (classica cosa che prima o poi ti ritrovi su un sito di giornale con l’orrenda dicitura «diventa virale»), atterri sul filmato a pochi minuti dallo «scivolone» (che in realtà è un inciampo) e parte subito in basso a sinistra il banner pubblicitario. Parlarsi fra reparti funziona.

Lo scivolone di Maria

Freedamedia

Una nostra abbonata ci segnala questo magazine al femminile. Freedamedia. Dalla home non è navigabile, si atterra sugli articoli – che al momento non propongono alcuna forma di advertising – solamente dai canali social (Facebook, essenzialmente). Un’altra abbonata ci dice che il progetto è quello di «avere un sito solo in un secondo momento, una volta raccolta una certa fan base». Il che può avere un senso in termini di costruzione (o meglio, raggiungimento) di un pubblico fortemente interessato alla tematica. Da tenere d’occhio.

Vaffanguru

C’è un’altra conversazione molto importante che si è svolta sempre sul gruppo di Facebook, a proposito dei guru del web marketing. Ne parliamo domani in un pezzo dedicato dal titolo Guru business model.