Cos’è successo nel frattempo

Google e le SERP variabili

Che «Big G» cerchi di differenziare la propria offerta nei risultati in seguito a query effettuate da persone diverse, da località diverse e su dispositivi diversi è cosa nota. E infatti per cercare se stiamo facendo un buon lavoro SEO dobbiamo sempre ricordarci di cercare su Google da finestra anonima. Fin qui nulla di nuovo. Ma quel che ho fatto fare agli abbonati di Wolf è un test molto interessante. Ho chiesto di cercare su Google, da finestra anonima, la keyword piano editoriale, sulla quale ho in corso un test di posizionamento su questo pezzo qui.

___STEADY_PAYWALL___

Il risultato è sorprendente. Secondo Seozoom dovrei essere (mediamente) in ottava posizione. Ed è proprio così: una media che vede il mio pezzo oscillare fra la sesta e la dodicesima (quindi, seconda pagina. Quindi, invisibile ai più) posizione su Google a seconda di chi lo cerca e dello strumento e del browser di ricerca.

La questione dovrebbe essere più o meno questa, eliminando tutte le ipotesi meno probabili, tipo rasoio di Occam. Google, il cui impegno è quello di offrire nei primissimi risultati la risposta alle domande dell’utente, si impegna per raffinare meglio che può i primi 4-5 risultati. Quando poi scendiamo (di sicuro è così per la seconda pagina) l’algoritmo è molto meno raffinato. Il che, se ci pensi, è perfettamente logico.

Il fatto che dopo un paio di mesi (il pezzo è stato pubblicato ad agosto) il posizionamento sia già, di fatto, oscillante fra la prima e la seconda pagina su Google significa due cose.

Primo: il pezzo risponde ai requisiti delle buone pratiche del motore di ricerca (è online senza segreti, puoi studiartelo e anche farmi domande in merito, se vuoi).
Secondo: la SERP era (ed è ancora adesso) facilmente scalabile.

Instagrammer

Un abbonato di Wolf ha sollevato un’interessante questione (cui si risponderà nei prossimi numeri) su Instagram. La riporto qui integralmente a beneficio anche di chi non ci segue sul gruppo Facebook.

«Mi piacerebbe confrontarmi con voi sul grosso macrotema “Instagram”, soprattutto da quando è stata introdotta la possibilità di controllare gli insights di ogni singolo post.

Mi scuserete se tendo a essere leggermente naïf in quanto non lavoro proprio nel settore della comunicazione, forse per molti di voi si parla di concetti già più che masticati.

Ho una pagina Facebook in cui pubblico alcuni miei lavori di illustrazione/grafica. La sto utilizzando come esperimento per poter capire bene come funzionano i meccanismi delle pagine. Seguendo i consigli dello stesso Zuckerberg, ho pensato che effettivamente aumentare la mia risonanza anche su Instagram sarebbe potuto essere comodo per me, visto soprattutto che tratto immagini.

Ma poi mi son chiesto: riesco a comprendere i dati insights su Instagram? Può essere utile a un’eventuale campagna on-line e come? È possibile dire che i principi che utilizza Facebook per le sue pagine sono gli stessi anche per Instagram, che d’altra parte fa parte della stessa società?

Insomma quanto Instagram può essere utile davvero? C’è modo di analizzare dati a riguardo (casi campioni che magari conoscete e su cui studiare) e da questi comprendere meglio come sfruttare al massimo l’applicazione?

Non considero ancora Stories: 1) per l’inesistenza di insights, 2) è uno strumento troppo nuovo, anche se noto che ha già monopolizzato la vita di molti miei contatti.

Spero di essere stato, umm, chiaro.

Grazie.»

Consigli di lettura

Un altro abbonato di Wolf ha scritto un pezzo sulla necessità di formare le future generazioni. E in chiusura ha consigliato tre libri. Io li ho messi in coda di lettura. Eccoli:

Erik Qualman – Socialnomics 
Chris Anderson – La coda Lunga
Henry Jenkins – Cultura Convergente (*)

Virgin Radio e il verticale da non tradire

Sono un ascoltatore di Virgin Radio praticamente da quando esiste. Sopporto l’affollamento pubblicitario perché è l’unica radio in Italia che trasmette la musica che preferisco: sono dentro una verticalità, sono parte di una comunità di riferimento.

Ora, naturalmente non ho le energie per una ricerca di mercato che possa essere significativa da un punto di vista statistico. Ma con Wolf cerco di formarmi (e di formarci) una griglia interpretativa per capire il mondo dei media. Griglia che, ovviamente, è a maglie larghe ed è di materiale flessibile e malleabile, ma offre uno schema con il quale costruire ragionamenti e analisi coerenti (e pronte a essere cambiate qualora dovessero risultare sbagliate o da aggiornare).

Di Virgin Radio mi piace la musica, mi piacciono i 20 minuti di canzoni rock senza interruzioni parlate o pubblicitarie, mi piace Paola Maugeri che spiega la storia di cantanti e band, mi piace il «long play», mi fanno ridere – ma ormai le tollero, anzi, a volte quasi le aspetto – le canzoni di «Rock in translation» (per i non addetti: vengono recitati in italiano capolavori del rock in lingua inglese. Roba da accapponare la pelle). Ho imparato persino ad apprezzare Ringo, che non era esattamente il mio genere. Amo Buongiorno mr. Feelgood e mr. Cotto e il tamarrissimo Virgin Motel. Perché è tutto riconoscibile e coerente con la mia verticalità di riferimento da ascoltatore di radio.

Sabato, però, sono successe due cose.

La prima: la pubblicità di Tu si que vales, su Canale 5. Ora. Senza stare a fare il puritano, ma facendone meramente una questione di target e di audience, dubito altamente che i pubblici del talent più pecoreccio della televisione italiana e di una radio rock siano sovrapponibili.

La seconda: ho sentito lo spot di Beppe Severgnini. Che torna in radio su Virgin Radio. La prima cosa che ho pensato è stata: cosa diavolo ci fa Beppe Severgnini su Virgin Radio?

E, credici o meno, è la stessa cosa che chiedono nello spot a Severgnini! Che dice che parlerà di politica, economia e altre questioni e l’interlocutore esprime disappunto perché pensa che si annoierà e il giornalista risponde: «Niente è noioso su Virgin Radio».

Ora. Secondo me se devi giustificarti in uno spot, lo sai che stai facendo qualcosa che non è coerente con la tua missione editoriale e stai snaturando.

Ci sono già parecchi esempi di realtà che hanno preso strade analoghe. Una su tutte? Real Time, che lentamente ma inesorabilmente ha percorso le tappe verso una trasformazione orizzontale, generalista, arrivando a trasmettere Amici di Maria De Filippi (il daytime). Dopodiché, intrapreso questo percorso, Real Time ha fatto un’inversione di marcia e Discovery (proprietaria del canale) ha dirottato Amici su Nove (già Deejay Tv) a vocazione più generalista. La verticalità non si tradisce. Tradirla non paga. E l’elogio della verticalità non sarà mai ribadito abbastanza.

(*) I link rimandano al programma di affiliazione Amazon UE. Se acquisti, una piccola percentuale della transazione arriva a questo sito.