Cose inimmaginabili

«In the end, it is our defiance that redeems us. If wolves had a religion – if there was a religion of the wolf – that it is what it would tell us.»

― Mark Rowlands, The Philosopher and the Wolf: Lessons from the Wild on Love, Death, and Happiness

Un Presidente che quasi muore strozzato per una nocciolina, un guasto tecnico di borsa che fa pressoché fallire un’azienda, Ezra Pound che scrive i Pisan Cantos mandandoli a memoria rinchiuso dentro una gabbia in un campo di concentramento nella calura estiva senza poterli scrivere. Sono quei momenti statisticamente remotissimi, il più delle volte totalmente impenetrabili ai dati. Nassim Thaleb ha introdotto il concetto di Cigno nero: spostamenti di senso talmente ampi e concentrati in un unico evento da essere totalmente disomogenei rispetto allo storico dei dati.

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Cose inimmaginabili che accadono di continuo. Ieri sera il Barcellona ha ribaltato pronostico e PSG nel ritorno di Champions League (un doppio cigno nero, dopo quello dell’andata). La settimana scorsa la nazionale italiana è entrata nella storia del rugby e il bello è che molto probabilmente ci sta entrando per i motivi sbagliati. Nel tempio della palla ovale, contro una squadra per noi imbattibile (che infatti ci ha puntualmente battuti) abbiamo cambiato in diretta le regole del gioco.

Se volete farvi un’opinione su quanto è successo il materiale in rete non manca di certo. Non ultimo un bel pezzo di slow news che aspetta a voi. Io però sono schiavo di McLuhan e dei fenomeni nuovi mi appassionano i dettagli, i pezzi nascosti e quasi invisibili e le loro conseguenze. Cè una grossa differenza tra le lezioni esplicite e quelle implicite. Cosa ci insegna veramente la sensazionale sconfitta della squadra italiana?

Mentre il suo capitano non ci stava capendo nulla, il coach inglese se l’è vista davvero brutta e a caldo si è sarcasticamente complimentato coi predatori ovali italiani, asserendo però a mezza bocca che «quello non è rugby» e se il rugby diventerà quel roba lì a lui non interessa più.
L’interpretabilità del regolamento è stata invece perfettamente colta dall’arbitro, che ha lasciato giocare nel modo imposto dagli italiani. Nel frattempo i regolamentatori stanno probabilmente correndo ai ripari e può essere che un simile atteggiamento tattico venga bandito dal gioco lecito.

Vale tutto, controriforma compresa, ma perché ne stiamo parlando su Wolf?

Perché in tempi di omologazione, in tempi in cui i dati forniscono perentoriamente i pilastri su cui modellare il futuro («È il tecno-determinismo, bellezza!») l’aver mandato in tilt il sistema per oltre un’ora è un dato molto interessante, con buona pace di Rovazzi. Siamo tutti orientati ad aspettare che qualcuno ci prospetti una soluzione per un problema noto. Estrapolandolo dai dati. E invece no, l’Italia ha messo in scena l’equivalente rugbistico dell’inquisizione spagnola (Inghilterra, tu che hai forgiato i Monty Python, tu quoque non te lo aspettavi?).

Come dice il mio amico Philip, fine umorista prima che delibatore di palla ovale, «The English invented the rules. They should be able to play them».

Vediamo cosa è successo, allargando un po’ lo zoom.

Battere l’Inghilterra non si può. E allora di concerto col nostro coach il tattico della nazionale italiana Brendan Venter, mette a punto lo spariglio. Fatevi un favore: chiudete gli occhi e provate a ricordare quando è stata l’ultima volta che avete portato a compimento qualcosa di importante con uno sparigliamento. Fatto? Bravi.

Qui sta il genio di Venter. Una regola reinterpretata fino al cortocircuito distrugge l’ortodossia e la distrugge per sempre, persino nel caso in cui chi la applica perde la partita. Ha vinto la guerra. Perché conta solo l’istante in cui la freccia è andata a segno, poco importa se poi gli altri hanno spostato il bersaglio o hanno vietato la ripetibilità dell’esperimento.

«There is always another way to say the same thing that doesn’t look at all like the way it was said before»
― Richard Feynman

La grande lezione da trarre dallo Twickenham Stadium è che su un mercato maturo e sofisticato (il rugby professionistico) in cui le regole d’ingaggio portano con sé gerarchie rigide, con margini di imprevedibilità nulli, attuare una strategia controintuitiva paga.

Nel business as usual è impossibile battere l’Inghilterra.

È la stessa strategia che da un anno Mafe ed io applichiamo alla consulenza strategica.

In un mondo in cui i consulenti cercano di venderti qualunque cosa cercando di instaurare matrimoni lunghi (con prodotti e servizi captive) la nostra proposta è: ti vendiamo solo mezza giornata di consulenza, facciamo co-design della tua strategia in diretta e poi ce ne andiamo.
Guardiamola con la logica di Brendan: non ingaggiamo la mischia col contatto a terra. «No ruck, just tackle!».

Nel film Caos Calmo il protagonista decide di passare intere giornate su una panchina dei giardinetti davanti a scuola della figlia fregandosene delle conseguenze personali e professionali. Un altro spariglio sulle regole d’ingaggio basilari della vita associata.

CAOS CALMO – un film in 5 minuti di ClarkeTyriq

Guardiamo questa immagine: è un tentativo abbastanza riuscito di mostrare come dai molti possibili adiacenti può innescarsi l’innovazione.

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fonte: https://www.technologyreview.com/s/603366/mathematical-model-reveals-the-patterns-of-how-innovations-arise/

Anche Douglas Hofstadter ha lavorato a lungo sul contesto fluido in cui nasce la creatività. Ma lasciamo perdere Doug e proviamo invece ad applicare il disegnino al rugby. Cosa manca?

Quel che non vediamo in questa rappresentazione è il contro-possibile degli inglesi. Per vederla avremmo bisogno di un’animazione nel continuo delle strade che ha imboccato via via la partita. In questo modo avremmo potuto valutare se nel caos emerge un ordine. L’innovazione è, per chi scrive qui, un processo casuale che dopo aver girato lungamente a vuoto azzecca il pattern giusto. Non si sa bene come. Non sto dicendo che l’agire umano non ha un ruolo. Ce l’ha ed è determinante. Ma di per sé non determina che il pattern emergente converga a una struttura ordinata e non diverga verso il caos. Perché un’idea s’incarni deve avere la possibilità di fallire, di nascere moribonda, di svoltare in altro.

Credo che il giornalismo abbia molto da imparare sia dalla storia rugbistica di Davide contro Golia, sia dai pattern dell’innovazione.

Come faccio a testare un modello di business alternativo all’advertising? L’ortodossia bourbakista recita che una volta accettate le regole d’ingaggio non si può che proseguire sulla strada battuta.

Come ha scritto Alberto Puliafito in Wolf 169, è in atto una sorta di logica di escalation di contenuti tra testate e piattaforme da cui non usciamo: «La questione è molto semplice: se tutti i concorrenti agiscono in questo modo i contenuti aumentano a dismisura. Quindi si fa sempre più fatica ad attirare l’attenzione di un lettore. Se per reazione si producono altri contenuti, riducendo il tempo di pubblicazione fra un contenuto e l’altro, visto che abbiamo a che fare con un universo fisico in cui l’attenzione è una quantità finita e non infinita, si arriverà ad un limite di saturazione. Che probabilmente si è già raggiunto, ma si continua a diluire contenuti nel mare del sovraccarico facendo finta di niente.»

Proprio qui dobbiamo attuare il «no ruck» e sottrarci dalla mischia, vanificando le linee immaginarie del fuorigioco. Qui la strada si biforca. Da un lato l’advertising e la rincorsa dissennata del traffico *e il conflitto d’interesse tra qualità e popolarità dei contenuti editoriali. Innovare in discontinuità con questi assiomi apre a una strada eversiva: pivotare i contenuti sull’advertising distrugge molto più valore di quanto ne crea.

Prendiamo in considerazione le quote dei bookmakers inglesi come proxy della valorizzazione della notizia.

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Prima della partita, fino al calcio d’inizio, la vittoria inglese veniva pagata 1/100, quella italiana 50/1, il pareggio: 100/1.

Inizia il match e contemporaneamente le scommesse live. Col passare dei minuti l’effetto della tattica italiana prende piede e l’Italia passa in vantaggio. L’effetto sorpresa coglie totalmente impreparati sia la squadra inglese che i bookmakers. Il risultato parziale a favore dell’Italia prende vela e lo spettro di una sconfitta inglese alla fine del match passa dal mondo dell’utopia a un esito perfettamente possibile.

Ecco librarsi due cumulate di scommesse, dalle probabilità inversamente proporzionali. Da un lato la vittoria finale azzurra: una bolla che finirà in nulla ma allo stesso tempo un finale thrilling che tiene viva l’adrenalina e le giocate fino in fondo. Dall’altro la quota accordata alla vittoria di Albione, inizialmente quasi alla pari, si gonfia si impenna per tutta l’ora.

La vittoria finale italiana torna a essere buona solo per incartare il pesce. Ma nel frattempo due tempeste perfette si sono incrociate sul campo gara: la montagna pro Italia e contro l’Inghilterra e la riscossa inglese, un comeback rocambolesco per gli scommettitori live che vibrano al cardiopalmo.

Si noti per inciso che in un mondo piatto in cui esistessero solo due istanti: il calcio d’inizio e il fischio finale dell’arbitro (il mondo di chi non guarda la partita ma paga e incassa solo al non avrebbe visto alcuna variazione volume d’affari delle giocate. A meno di ipotizzare un insider che avesse scommesso sull’Italia avendo saputo in anticipo sul no ruck (e avrebbe perso!).

Morale: quando avviene un’innovazione del tipo «cigno nero» (ovverosia invisibile ai dati e alle previsioni) il caos fa irruzione sulla scena e sferra una minaccia mortale all’ordine e alle gerarchie consuete.

È a trans valutazione di tutti i valori. Bisogna avere un caos dentro di sè, per generare una stella danzante. No, non è Brendan Venter, è Zaratustra. Purtroppo Nietzsche aveva già abbracciato le froge del cavallo quando gli inglesi scodellarono per la prima volta la palla ovale, ma sarebbe stato un grande appassionato nonché un fine allibratore di quote nel rugby, potete scommetterci!

Riprendiamo la figura dell’innovazione. Forzare un pattern in una direzione lineare sceglie un unico esito, vanificando i pattern alternativi spontanei che in linea di principio porterebbero molto più valore. Scegliere un modello di business che asseconda il libero fluire di un pattern giornalistico finanzia al buio un valore non ancora noto ma molto più rilevante ai fini della intrapresa. Fare giornalismo è un’attività d’invenzione. Un’inchiesta si finanzia sulla base di una pista aperta. È la stessa lezione della nuova mobilità urbana. Ha molto più senso comprare 300 automobili e lasciarle spostare liberamente e caoticamente all’interno di una successione di noleggi concatenati piuttosto che prevedere una serie di corse di linea predefinite oppure anche solo vincolare a solo alcune stazioni di partenza e di arrivo gli spostamenti delle auto.

Certo, la lettura dei dati, le statistiche degli spostamenti se correttamente interpretati forniscono informazioni essenziali su come ottimizzare il numero di vetture e la concentrazione delle stesse in determinate aree in determinati periodi della giornata, della settimana o del mese. Ma tali assestamenti devono rispettare la prima regola della cibernetica, ovvero agire e progettare in modo da aumentare il numero delle soluzioni e delle possibilità.

Altre tre lezioni che possiamo trarre da Inghilterra Italia:

    1. Di fronte allo schiaffo bruciante della novità, tutte le tue energie sono bloccate sul dettaglio che ti inceppa: nel frattempo il resto della tua vita sta andando a rotoli. Il pacchetto di mischia inglese è rimasto sotto shock per oltre un-ora, chiedendo addirittura consigli all’arbitro. Nel frattempo finché le energie hanno retto l’Italia è rimasta saldamente in testa alla partita.
    2. È un caso di complessità simulata: io ti inchiodo li a girare a vuoto mentre io prendo il controllo senza fatica.
      Lo insegna magistralmente Max Tegmark nel suo universo matematico: quando la vita prende forma ci sono le linee vitali, quelle su cui viene trasmesso il valore, e poi ci sono tutte le altre accessorie. Calcolarle è faticosissimo e il valore aggiunto pressoché nullo
    3. Tutta l’innovazione funziona così. Il pacchetto di mischia inglese non [ diverso dai rissosi tassisti scesi in sciopero contro il governo. In altre parole, i taxi driver sono talmente shockati dalla concorrenza di Uber e dal modo in cui li sta disintermediando che hanno perso di vista innanzitutto il dato di fatto che fare impresa è un rischio e il rischio fa parte del gioco. Se compri una licenza ti costa storicamente come un bilocale e i rendimenti attesi sono una componente da calcolare, esattamente come i costi di esercizio e la concorrenza di nuovi player sul mercato. In secondo luogo rischiano di non vedere il fatto che il vero pericolo per la loro professione non è Uber bensì le auto senza pilota.