Competenza

Doc Searls, qualche giorno fa, ha pubblicato una serie di screenshot dei servizi di profilazione collegati alle pagine di molte testate attivamente impegnate nella condanna dei comportamenti predatori di Facebook nei confronti dei nostri dati. Sono screenshot eloquenti per chi vive immerso nella cultura digitale, un po’ più difficile da leggere per chi no.

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Per spiegarla in maniera semplice: anche i siti dei giornali usano strumenti di tracciamento dei lettori. Lo fa, per esempio, persino il New York Times, che ha installato anche il pixel di tracciamento di Facebook (anzi, ne ha due).

Se vuoi scoprire quali siti usano il pixel di Facebook per tracciare i propri lettori e poi fare remarketing usando gli strumenti che Facebook consente loro (cioè: Facebook stesso, ma anche Instagram e Messenger, mentre per il momento rimane fuori dai giochi Whatsapp), puoi usare Google Chrome e installare un’estensione che si chiama Pixel Helper. Se l’icona dell’estensione di Chrome si accende, vuol dire che il pixel c’è.

Questo significa che, se navighi sul NYT con Facebook aperto, Facebook «sa» che hai navigato sul NYT. Non dirà al NYT «Ehi, Ciccio ha navigato sul tuo sito» ma gli consentirà di raggiungerti con una campagna ad hoc se il NYT vorrà proporre un’offerta a tutti coloro che navigano sul suo sito, per esempio. È una cosa che può fare ciascuno di noi e che rende Facebook una piattaforma coi superpoteri, come l’abbiamo definita più volte su Wolf.

Lo sviluppatore Dylan Curran, qualche giorno fa, ha invece pubblicato una serie di tweet in cui linkava pagine pubbliche di Google invitandoci a scoprire quante cose sa di noi, con il nostro consenso, en plein air. Pagine dalla user experience ben progettate, a un click dal nostro profilo, con un url parlante, in linguaggio naturale. Per esempio https://www.google.com/maps/timeline?pb, cioè la Google Maps di tutti i nostri spostamenti (tracciati, non dichiarati).

A differenza di Doc Searls, che ha fatto un approfondimento non alla portata di tutti, Dylan Curran è diventato il riferimento di testate, programmi televisivi e giornalisti.

Quando diciamo che abbiamo bisogno di giornalisti e decisori preparati intendo proprio questo: il primo pericolo per la democrazia non è che qualcuno possa approfittarsi di noi, è che chi dovrebbe vigilare su tutto questo non sia preparato a capire quello che racconta. È straniante che per così tanti giornalisti la pubblicazione in serie di link in chiaro di Google sia così rilevante, o meglio: più rilevante della notizia che tutti usano sistemi di profilazione (che non sono pericolosi e malvagi in sé, lo diventano quando non si può intervenire per gestirli o quando vengono usati per spaventare o manipolare).

Per esempio, è significativo il fatto che nessun pezzo del mainstream italiano spieghi i meccanismi con cui Facebook consente agli inserzionisti di tracciare e raggiungere le persone. Per capirci, come il NYT, anche Repubblica.it, Corriere.it, lastampa.it, ilfattoquotidiano.it, ilsole24ore.it (per esempio), usano il pixel di tracciamento di Facebook. Lo fa anche Wolf, solo che non ne abbiamo mai fatto mistero e anzi, spieghiamo come funziona e perché si usa.

Se sei un giornalista questo non è solo un dovere, è anche un’opportunità: i pochi giornalisti capaci di andare davvero a fondo su queste tematiche, senza farsi menare per il naso dalla propaganda, in questo momento hanno un posizionamento che li rende competitivi e interessanti anche a livello internazionale.

Come fa un giornalista, oggi, a parlare di Facebook senza aver mai usato il suo business manager, per esempio? Come fa a parlare dei meccanismi di Cambridge Analytica se non ha mai visto con i propri occhi come funziona la definizione del pubblico a cui mandare una sponsorizzazione e se non ne ha mai misurato l’efficacia, l’effettivo tasso di conversione?

E come mai questo tema è diventato popolare per i giornali quando si è trattato di Facebook e non quando, per esempio, Edward Snowden ha rivelato che per anni gli Stati ci hanno spiati a nostra insaputa?

Il corollario di questa attenzione da parte della stampa ha generato, per esempio, un picco di interesse rispetto alla query «cancellarsi da Facebook»(se clicchi puoi vederla su Google Trends).

Niente in confronto all’interesse generato in parte dal successo elettorale del M5S e in parte anche dal mai avvenuto assalto ai CAF per il reddito di cittadinanza (sempre su Google Trends, ecco il confronto fra le due query).

Pensiamo, dunque, che sbagli chi, oggi, parla di fuga da Facebook (le cancellazioni di Musk e della pagina di Playboy sanno molto di instant marketing). Ma che sia sbagliato anche liquidare il caso Cambridge Analytica. Anzi. È importante riproporre l’attenzione sul tema del dato e insegnare come funzionano le cose che usiamo tutti i giorni, sia agli addetti ai lavori sia alle persone che usano una piattaforma come Facebook per relazionarsi con gli amici, per giocare, per seguire artisti o brand.

Ecco perché abbiamo avviato anche una produzione di una parte free del piano editoriale, spiegando determinate dinamiche. A qualcuno sembreranno ovvie, ma siamo convinti che diffonderle faccia parte integrante del nostro lavoro e della missione di questa comunità. Il primo spiega come si può avere controllo sulle inserzioni che vediamo su Facebook. Se pensi anche tu che sia utile, aiutaci a diffonderlo come contenuto anticorpo.