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L’algoritmo di Instagram e la verità sulla reach organica

Come funziona l’algoritmo di Instagram? Cosa premia? Cosa punisce? Sono domande più che legittime da quando Facebook ha prima acquisito il social di comunicazione visuale e poi ha imposto la dura legge algoritmica anche lì, generando scene di panico che, a distanza di un anno, possiamo definire più che motivate. La portata (reach) organica di Instagram – così come quella di Facebook, figurarsi quella di Twitter – è in calo. Ed è tutto un arrovellarsi sul che fare, sul rincorrere le modifiche dell’algoritmo per cercare di migliorare le proprie performance.

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Partiamo da un presupposto: all’aumentare dei contenuti prodotti da persone e brand sui social, è fisiologico il calo della reach organica. Non può essere altrimenti, sarebbe folle pensare il contrario. Accadrebbe naturalmente, anche se non ci fosse l’algoritmo e anche se la convenienza specifica di un social network non fosse quella di tenerti al suo interno quanto più a lungo possibile. Figurati allora se non crolla addirittura, questa benedetta reach organica, visto che gli algoritmi esistono e devono soddisfare l’essenza da walled garden dei social.

Che fare dunque? Be’, se ti interessa Instagram, tanto per cominciare, comincia pure a smettere di pensare alle differenze fra l’algoritmo di Facebook e quello di Instagram. Tenderanno a diventare identici (e non è mica detto che la fusione fra le due piattaforme non sia sempre più evidente fino ad arrivare all’ovvia unificazione).

Ci sono molti «trucchi» e «tecniche» suggeriti qua e là. Una delle tecniche più interessanti – piuttosto difficile da applicare se rappresenti un’azienda – è quella di usare Instagram come lo usano i teenager. Cioè, andando a commentare le foto delle star del social con una serie di parole in codice che devi saper decodificare.

Per esempio: LB è la richiesta di like back. Vuol dire che se vai sul profilo di Marianna_km o di _royashop_ che hanno commentato con LB su questo post di Kim Kardashian, loro saranno così gentili da metterti a loro volta un like.

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La pratica risale al 2012. C’è ancora chi ne scrive oggi. È evidente che non sia sostenibile, giusto? E allora come fare? Be’, a costo di essere noiosi, devi

  • diversificare
  • privilegiare la qualità rispetto alla quantità
  • produrre contenuti interessanti e di alto livello e coerenti con la tua missione editoriale e con la piattaforma su cui ti trovi. Quindi, se sei su Instagram, tanto per cominciare vedi di fare foto belle, interessanti, accattivanti
  • studiare tutti i tecnicismi della piattaforma che hai scelto e utilizzarli al meglio

A proposito dei tecnicismi, questi variano nel tempo. Ciò significa una sola cosa: devi studiare e mantenere un livello di aggiornamento costante, se lavori su una piattaforma. Per esempio, da qualche giorno Instagram riduce la visibilità alle condivisioni che contengono troppe hashtag

E così i consigli per migliorare la tua reach organica, tipo questi, si sprecano.

Però non possono prescindere da una constatazione e da una questione di metodo che viene prima di tutto questo. O smetti di preoccuparti degli algoritmi e cominci a pensare ai contenuti e alle persone che li devono vedere (leggere) oppure continuerai a rincorrere chimere che non sono i tuoi veri obiettivi.

SEO per SEO

A proposito di obiettivi: ci sono voluti tre anni perché la mia pagina dedicata alla SEO finisse in prima pagina su Google per la keyword secca «SEO» (è ancora oscillante, ma sta lì, fra la nona e la decima posizione da finestra anonima).

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La pagina, oltre a contenere un pezzo lungo e in costante aggiornamento, è una specie landing orientata alla conversione.

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Al momento non ha generato ancora alcun tipo di contatto.

Il traffico è basso, il volume di traffico che potrei intercettare se la pagina salisse nella SERP è notevole. Come vedi (dati della Search Console) il Click Through Rate è bassissimo (appena lo 0,43%). In sette giorni, la parola «SEO» è stata cercata molto su Google, come al solito, e in 5.150 volte il mio sito è risultato nella prima pagina. Questo si traduce in soli 22 click.

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Non ho alcuna intenzione di applicare strategie aggressive per salire: lo farei se avessi un obiettivo immediato e diretto di monetizzazione.

L’obiettivo di questa pagina è quello di costruirsi un pubblico, confermare teorie, avere un caso di studio, essere una landing page per il pubblico realmente interessato.  Chi atterra su quella pagina vuole leggere quel che ho da dire in merito. E infatti ci rimane per quasi 4 minuti in media. Quel che dovrei fare (come al solito, l’esempio è declinabile per chiunque) è produrre un pdf da scaricare con una mia guida seo, in cambio di nome-cognome-mail. Poi inserire questi dati in un database di persone da contattare periodicamente quando ho un corso da proporre o simili. Poi dovrei farlo per tutti gli argomenti di cui mi occupo sul mio sito e che possono portarmi vantaggi professionali. È la stessa cosa che dovresti fare tu.

Ruffini e le parole sul muro o su Facebook

Un nostro abbonato ci segnala che Parole O_Stili ha scelto Paolo Ruffini come conduttore dell’evento del 15 di maggio a Milano, Condivido. La scelta appare quantomeno curiosa, viste certe sparate del comico che ricordiamo tutti ai David di Donatello 2014.

Ma quello può essere uno scivolone di cattivo gusto: capita a tutti, no? E non si deve stigmatizzare una persona solo perché ha fatto una pessima battuta.

Il fatto è che Ruffini appare seriamente convinto del fatto che il digitale (in particolare Facebook) abbia cambiato tutto. Riporto un botta-risposta nel corso di un’intervista fatta a Ruffini da – quant’è piccolo il mondo – Andrea Coccia su Linkiesta agli inizi del 2016 (puoi leggerla integralmente, se vuoi, ma mi premono questi due passaggi).

Com’era l’odio prima di Facebook?
«Ho l’impressione che prima del 2005 l’odio fosse più pulito, naturale, non so come dirti, forse era solo più ingenuo. Ai nostri tempi ci si sfogava con una scritta sul muro. Scrivevamo che quella tal professoressa era una troia o che quella tale nostra ex era una stronza, e finiva lì. Ora quel tipo di risentimento, di odio per l’appunto, si è spostato sui social e non resta più confinato in due metri quadrati sopra un muro, diventa virale, raggiunge migliaia di persone e può mettere in serio pericolo la vita di persone fragili».

A proposito dei nostri tempi, ti ricordi quanto eravamo cattivi con le nostre compagne che adoravano i Take That e Di Caprio in Titanic? Non eravamo degli hater?
«Eh eh eh, certo che mi ricordo. Però non era la stessa cosa. È vero, quando eravamo piccoli e prendevamo per il culo le nostre compagne perché ascoltavano lacrimando i Take That o perché facevano la fila per ore per rivedere per la settima volta Titanic. Ma quali erano gli esiti di quel nostro essere hater? Semplicemente disegnavamo dei cazzi in faccia a Leo Di Caprio, la cui foto le nostre compagnucce lacrimevoli custodivano gelosamente nella Smemorandina. E poi? E poi finiva lì, al massimo queste si incazzavano e dicevano alla maestra che eravamo stati degli stronzi. Male che vada piangevano un pomeriggio, ma era una dinamica ancora sana, più vera, più concreta. Era la realtà. Ora il dramma è che è tutto diventato virtuale. Con tutto ciò che ne consegue».

Ricapitolando:

«troia» sul muro = finisce lì

«cazzi in faccia a Leo Di Caprio» sulle foto da Smemo = dinamica sana

«topa» a Sofia Loren in diretta tv = fatto

odio su Facebook = siccome raggiunge tante persone mette in pericolo la vita di persone fragili. Eppure è tutto virtuale.

Mi sento di dire che qualcosa non torna, che non condivido e che mi sento come minimo vittima di una fallacia logica. L’odio è sempre esistito. Il cyberbullismo non esiste come categoria a sé stante. Esiste il bullismo ed è sempre esistito (di recente lo ha scritto molto bene Luigi Rancilio – abbonato di Wolf – su Avvenire). Non è vero che si stava meglio «prima» e quando si stava peggio, be’, si stava peggio. Quanto a «troia» scritto sul muro: è una parolaccia. Ostile. E non fa ridere.

Eppure a me piacciono le parolacce. Quando le dice Louis CK, per esempio, mi fanno molto ridere.

Un fallimento del marketing territoriale italiano

Mafe condivide questo pezzo di Business Insider in cui si propone la classifica delle 30 città al mondo più desiderabili secondo i millennials. Lo studio è stato prodotto da Nestpick (una piattaforma online per trovare case in affitto nel mondo).
La prima città italiana ad apparire nell’elenco è Milano, al settantacinquesimo posto (per capirci, Medellin la sopravanza di 4 posti, al 71esimo posto).

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Ora: è vero che queste classifiche lasciano il tempo che trovano (sebbene questa sia particolarmente complessa e tenga conto di svariati fattori, dalle condizioni economiche alla vita sociale e ricreativa). Ma è altrettanto vero che il percepito delle città italiane risulta evidentemente ridimensionato.

Che fare? Due cose. Una riguarda, probabilmente, la politica (non è mica detto che il percepito negativo sia solo una questione di percepito!) e la lasciamo perdere.

L’altra riguarda il marketing territoriale, appunto (o, se preferisci l’inglese, il place marketing e la disciplina, un po’ più ampia, che prende il nome di place branding).

Di studi ce ne sono molti. Io, dopo un po’ di ricerche, ho iniziato a leggere questo, un po’ datato, per capire le basi, come al solito. Si intitola Success Factors of Place Marketing: a Study of Place Marketing Practices in Northern Europe and The United States.

Le basi sono fondamentali perché superano i tecnicismi, come al solito.

Dopodiché, sarà proprio il caso di cominciare a parlare alle nuove generazioni, andando a pescarle dove si trovano.

Qui, per esempio, trovi una bella campagna su Snapchat dell’azienda turistica del Tennessee. Per ispirarsi.

Ufficio stampa contro marketing

Dell’etterna lotta fra chi ha competenze editoriali e chi si occupa di marketing è già stato detto tanto e si potrebbe dire tantissimo.

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Questa mail è diventata praticamente di pubblico dominio ed è, a guardarla bene, un concentrato di non detti, sassolini da togliersi, illogiche contrapposizioni, disfunzionalità, non sequitur (se le attività di u.s. non sono più di utilità, allora perché vengono semplicemente sostituite dall’ufficio marketing? se davvero non fossero di alcuna utilità, dovrebbero essere semplicemente abolite, no?) e altre cosette.

La conversazione che si è svolta sul gruppo di Wolf è ordinata e molto esaustiva. I diretti interessati non sembrano interessati a commentare (come dar loro torto?). Che altro aggiungere?

Che, per quel che ho visto nella mia carriera lavorativa, questo tipo di situazioni deriva da scelte strategiche poco comprensibili, che favoriscono la competizione anziché la collaborazione fra reparti. Da scelte strategiche che mescolano i linguaggi e le competenze senza favorire il sincretismo, la condivisione e la comprensione reciproca e dei reciproci ruoli (mancano, come amo dire, figure di mediazione culturale che parlino i linguaggi delle varie aree che si trovano a «competere».

Quando mi trovo a immaginare un team ideale per un’attività online (ma vale anche offline) immagino una commistione di competenze editoriali, commerciali, di marketing, di design e di sviluppo. Cinque pilastri, cinque aree che dovrebbero remare tutte nella medesima direzione, con una strategia condivisa, univoca, obiettivi ben definiti (magari con una semplificazione del metodo OKR applicata bene) e coerenti. Utopia?

Il cliente sei tu

Non sei solo il prodotto. Sei anche il cliente. E come tale devi pretendere un trattamento perfetto, con una dichiarazione d’intenti che non sia meno di questa, che si trova all’ingresso del Mini Bar a San Vincenzo (Livorno).

Cliente

I tuoi clienti, i clienti della tua azienda, i tuoi lettori, sono le persone più importanti che hai.
Tu sei la persona più importante che ci sia per Wolf. Quindi, grazie. E scusa per tutte le imperfezioni che incontri da queste parti.