Bada a come parli

Alberto ha adattato e usato il mio canvas per progettare le dramatis personae, cioè i personaggi che vivranno la storia in cui il prodotto o il servizio per cui lavoro giocherà un ruolo fondamentale, quello di «oggetto magico» (per capirci: la Forza di Star Wars).

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Immaginare, scrivere e sceneggiare i comportamenti delle personas per me si è rivelata negli ultimi anni la strada maestra per progettare strategie di comunicazione indipendenti dagli strumenti (usa la forza, Mafe!).

Con il tempo ho rinunciato a molti elementi presenti nei vari canvas e mi sono concentrata sugli aspetti psicologici, con un vincolo molto forte: rivolgermi a persone dal carattere ricco e complesso, ad archetipi più che a stereotipi. Lo faccio pensando di rivolgermi a ciò che loro vorrebbero essere, non a ciò che sono: nelle mie strategie non c’è spazio per il «sii te stesso», è tutto un «diventa chi vuoi essere davvero».

Volevo aggiungere all’approfondimento di Alberto un dettaglio di importanza capitale per dare vita e spessore alla persona, cioè la frase tipica, il suo intercalare, il tic linguistico capace di caratterizzare un personaggio e utilissimo poi per definire il tono di voce, lo stile e il registro della mia comunicazione.

Se il Problema è la Call to Adventure della storia – tra i problemi di Alberto ci sono «le paure dei clienti», qualcosa di esterno da te ma che ti condiziona, la Frase Tipica definisce l’area semantica dei contenuti che dobbiamo pensare e produrre. La stessa persona – diciamo una persona che deve dimagrire, ha bisogno di fare sport, desidera non dover cucinare e ha paura di avere fame – prende una direzione completamente diversa se la sua Frase Tipica è «mai una gioia» e non «sai che figata ho trovato?».

Non è solo questione di stile, ma anche di approccio: caratterizzarlo e orientarlo fa la differenza tra parlare al vuoto – come fanno molti post – o parlare con persone reali che si sentono sollevate da un interlocutore in grado di capirle, come se avesse letto loro nel pensiero.

L’unione tra ipotesi e dati, che segua la strada proposta da Alberto con le ricerche su Google o l’analisi delle reazioni ai contenuti proposti, ci permette di strutturare la relazione in modo paritario e collaborativo anche senza dover entrare in una vera e propria conversazione (onerosa per noi ma anche per i consumatori).

Immaginare i destinatari dei nostri sforzi come dei personaggi significa dare loro una scintillante armatura, dei superpoteri e un’avventura da cui tornare migliori: molto meglio che considerarli caselline in un Excel, numeri o stereotipi viventi.