Algoritmageddon!

Antonio Pavolini scrive sul suo Facebook: «Non vorrei dirlo, ma il tempo trascorso a studiare il nuovo algoritmo di facebook mi pare inutilmente sottratto a quello necessario per cercare cose belle fuori da Facebook».

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È un’ottima considerazione di partenza, cui aggiungerei un paio di altre osservazioni prima di tuffarci nel mare delle cose-che-sono-state-scritte-sul-nuovo-algoritmo-di-Facebook.

La prima considerazione è che qui si vedono pochi che «studiano» davvero il nuovo algoritmo di Facebook. D’altra parte, come si fa a studiare?
Abbiamo letto qualche giorno fa un post di Zuckerberg e poi sono partite le analisi. Ma come si fa a fare un’analisi in due giorni? Come si può pensare di produrre qualcosa di minimamente interessante per i lettori se è sempre, tutto – o quasi – una reazione all’emergenza?

L’approccio agli algoritmi delle OTT dovrebbe richiedere più cinismo e più freddezza.

La seconda considerazione, mi duole dirlo perché il ruolo del grillo parlante non mi si addice ed è fastidiosa anche per te che leggi, è che era tutto ampiamente prevedibile. È già successo con Google, per anni e anni.

Su MOZ c’è la timeline di tutti i cambi macroscopici di algoritmo che Google ha effettuato dal 2000 a oggi. La parola chiave, in questo link, è macroscopici. Perché una piattaforma gigantesca come Google effettua microcambiamenti anche nell’ordine di 2- volte al giorno, secondo molte fonti (fra cui lo stesso MOZ).

Di Google, per esempio, i giornali – ma non solo – si sono lamentati tantissimo nel tempo. Perché c’era Google News che aggregava. Perché Google incorpora le immagini nella ricerca per immagini. Perché Google produce contenuti. Reazioni reali non ne ho viste. Anzi, ho visto molti giornali andarci a braccetto. È anche vero che nella SEO si è un po’ più avvezzi al cambio di algoritmo proprio perché è almeno dal 2000 che ci si scontra con questo tipo di cose. Ed è vero che, fra chi fa la SEO seriamente, succede quel che scrive Valentina Vellucci.

Il fatto che con Facebook si ricominci da capo è scorante perché fa pensare che non si impari mai dal passato e dalle lezioni che si ricevono.

Google ha sempre perseguito i propri interessi e la propria convenienza specifica, che è il punto cruciale di qualsiasi Over The Top e che tu, che leggi Wolf, dovresti conoscere a memoria. Se non studiamo le convenienze specifiche di Google, di Facebook, delle grandi piattaforme, non sappiamo come usarle a nostro favore. Di contro, se le studiamo possiamo anticipare e prevedere molte evoluzioni.

Qui ti ripropongo, riveduto e corretto, il pezzo che avevo scritto nel 2016 sul tema.

La convenienza specifica

Quando utilizziamo un qualsiasi strumento che ci offre oggi la tecnologia online, un servizio, una piattaforma, dobbiamo sempre farci una domanda molto importante: qual è la sua convenienza specifica. Se non la comprendiamo, finiremo per entrare in quel numero di persone che utilizzano male i servizi che hanno a disposizione. Che pensano che Google o Facebook siano enti di beneficenza in vena di offrire click facili per i nostri siti. Che si fanno abbindolare da consulenti più o meno abili nell’uso affabulatorio delle parole.

Se invece capiamo il concetto di convenienza specifica, facciamo un grosso passo avanti verso la comprensione dei servizi che ci accingiamo a usare.
La genesi di questo termine proviene da una conversazione avuta dal sottoscritto con un autore di Blogo.it, Mirko Nicolino, che – mentre gli esponevo alcune mie teorie sulla SEO – ha usato il termine convenienza specifica per la prima volta.

In un primo momento ho pensato di prendere quel termine e utilizzarlo per i miei corsi di formazione parlando di Google (e ne ho scritto qui, svelando i primi due fattori di posizionamento su un motore di ricerca). Quindi ho deciso di ampliarne l’applicazione e l’uso.

Definizione – Che cos’è la convenienza propria (o specifica)?

È l’interesse, il vantaggio, il tornaconto di qualcuno (persona, gruppo, azienda, servizio) nell’esercizio di una determinata attività o nel proprio funzionamento. Questo interesse è strettamente legato all’attività o al funzionamento ed è valido a prescindere dal profitto (economico o culturale o informativo o di qualsiasi altra natura) che si persegue come persona o gruppo o azienda.

Esempi

Cominciamo con un esempio semplice, che fra l’altro consente di distinguere convenienza propria (o specifica) dal profitto.

La convenienza propria di una persona che fa una ricerca su Google è quella di trovare, nella pagina dei risultati offerta dal motore di ricerca (la SERP) una serie di risultati che rispondano esattamente alle proprie necessità. Il profitto di quella persona sarà di tipo informativo:
se avrà trovato quel che cercava, avrà informazioni che prima non aveva.

Convenienza Propria di Google

La convenienza propria (o convenienza specifica) di Google è quella di offrire alle persone esattamente quel che cercano, affinché queste tornino a utilizzare Google come servizio. Come motore di ricerca. Solo se Google continua a funzionare bene (meglio possibile), continuerà a mantenere il proprio monopolio di fatto. In altre parole, Google ha bisogno di massimizzare la propria funzionalità nei confronti delle persone di cui deve comprendere alla perfezione le esigenze. Ha bisogno di massimizzare il numero di contenuti pertinenti che mostra alle persone che fanno ricerche.

Quindi, Google offre risposte istantanee a domande «facili» (con il cosiddetto Google Knowledge Graph) e poi punta tutto sui siti «altri» da sé per offrire agli utenti quel che cercano. L’esempio più interessante che mi viene in mente – anche perché apre a grandi considerazioni teorico-pratiche sula SEO – è quello delle sedie ergonomiche (che ho citato e spiegato in uno dei pezzi di Wolf riservati agli abbonati).

Google è un servizio gratuito per le persone che lo utilizzano come motore di ricerca, ma è anche il principale volano di un’azienda privata che vuole realizzare profitto economico (prima quest’azienda si chiamava Google, oggi si chiama Alphabet, ma poco cambia). Se Google continua a funzionare bene come motore di ricerca, questa azienda continuerà a fare profitto. Non è che Google sia «felice» di far uscire le persone fuori da sé (infatti, con il Google Knowledge Graph e con l’operazione fatta sulle immagini e con l’inserimento nelle SERP tradizionali – non in quelle video – dei soli video di YouTube ne ha data ampia dimostrazione). Il fatto è che «deve» farlo, per continuare a essere utilizzato dalla maggior parte degli utenti per le ricerche.

Capirle tutto questo aiuta a capire come implementare una strategia SEO sensata.

Visto che Google opera in regime di (quasi) monopolio fra i motori di ricerca, vale l’identità fra la convenienza specifica di Google e quella di un qualsiasi motore di ricerca. Cioè, varrà anche se e quando Google non ci sarà più.

Convenienza specifica di Facebook

La convenienza propria di Facebook è quella di tenere le persone al proprio interno, quanto più possibile. Facebook, in altre parole, ha bisogno di massimizzare il tempo di permanenza su Facebook. Per farlo, conosce bene la propria natura di piattaforma di intrattenimento e tenta di offrire, attraverso l’algoritmo del News Feed e l’uso delle notifiche, un’esperienza utente che porti a ritornare spesso sul social. Non solo: per massimizzare il tempo di permanenza al proprio interno, Facebook fa in modo che l’algoritmo «premi» maggiormente tutto ciò che non porta le persone «fuori» (con i debiti distinguo, perché se lavori bene anche i link che portano fuori funzionano).

In un certo senso, Facebook vuole diventare internet.

Il valore fondamentale di Facebook è l’enormità del database.

Il suo profitto deriva, ovviamente, dalla possibilità di monetizzare attraverso la pubblicità che vende (e invogliando ogni tipo di pubblicazione – giornalistica, aziendale, personale) a promuovere i propri contenuti che da tempo non hanno più la visibilità totale nei confronti dei propri fan. Per convincersene basta andare a vedere i numeri di like, reactions e condivisioni su pagine che hanno milioni di fan. La sorpresa è notevole.

Il profitto delle persone che ci stanno sopra è quello di provare piacere nel tempo che si passa su Facebook e di essere raggiunte da contenuti interessanti per loro.

Che cosa ha fatto facebook a gennaio 2018?

In sostanza ha ammesso che, in linea generale, il newsfeed conterrà più condivisioni di parenti e amici (amici-su-Facebook) e meno dalle pagine (quindi, meno notizie da giornali, meno condivisioni da brand). La comunicazione ufficiale è qui, a cura di Adam Mosseri.

Leggiamo insieme:

«we will also prioritize posts that spark conversations and meaningful interactions between people. To do this, we will predict which posts you might want to interact with your friends about, and show these posts higher in feed. These are posts that inspire back-and-forth discussion in the comments and posts that you might want to share and react to – whether that’s a post from a friend seeking advice, a friend asking for recommendations for a trip, or a news article or video prompting lots of discussion».

Cosa significa questo per le pagine?

«Because space in News Feed is limited, showing more posts from friends and family and updates that spark conversation means we’ll show less public content, including videos and other posts from publishers or businesses.

As we make these updates, Pages may see their reach, video watch time and referral traffic decrease. The impact will vary from Page to Page, driven by factors including the type of content they produce and how people interact with it. Pages making posts that people generally don’t react to or comment on could see the biggest decreases in distribution. Pages whose posts prompt conversations between friends will see less of an effect».

Allora è vero che Facebook ha ucciso le news o le pagine? No che non è vero. La chiave sta tutta qui: «Le pagine che fanno post con i quali le persone di solito non hanno interazioni o non commentano potrebbero vedere i principali decrementi nella distribuzione».

È qualcosa di nuovo? È un cambio radicale?

Ancora una volta: no. Sul mio sito cerco di tener traccia di tutte le modifiche algoritmiche maggiori (!) di Facebook, in maniera meno elegante e puntuale di come fa MOZ su Google 🙂

Da lì sono andato a una modifica di giugno del 2016. Cosa diceva Adam Mosseri più di un anno fa? Questo:

Facebook was built on the idea of connecting people with their friends and family. That is still the driving principle of News Feed today. Our top priority is keeping you connected to the people, places and things you want to be connected to — starting with the people you are friends with on Facebook. That’s why if it’s from your friends, it’s in your feed, period — you just have to scroll down. To help make sure you don’t miss the friends and family posts you are likely to care about, we put those posts toward the top of your News Feed.

La strada era già segnata. Anzi. Era già segnata da anni, a dire il vero. Da quando si passò da un’assenza di algoritmo all’Edge Rank e poi alle progressive e fatali, connaturate con l’essenza stessa di Facebook, il regno della sovrapproduzione dei contenuti, chiusure di rubinetti in termini di traffico.

Perché Facebook lo fa?

Per soddisfare la sua convenienza specifica e le persone che ci stanno sopra.

Esistono già dei dati?

Impossibile trarre già delle conclusioni. Soprattutto, la media, in questo caso, vale ancor meno del solito.

A me piacerebbe avere questi dati qui.


Il motivo? È molto semplice: chi ha pagine con risultati interessanti e giornalisticamente rilevanti potrà rilevare nel tempo l’impatto di questo cambio algoritmico. Chi fa traffico su curiosità e gattini e gallery di sexy soldatesse israeliane, invece, proprio no.

E io cosa posso fare?

La buona notizia? Secondo me se leggi Wolf lo sai già, perché lavorando su temi «lenti» abbiamo anticipato queste giornate frenetiche con due mini-guide (che proseguiranno) sulla sopravvivenza alla reachapocalypse

Strategie e tecniche di sopravvivenza 1

Strategie e tecniche di sopravvivenza 2

Nelle prossime settimane continueremo con questa programmazione che ci sembra particolarmente attuale ma anche necessaria e, tutto sommato, basata su pratiche che attingono al passato e che guardano al presente per non essere impreparati nel futuro, quando la prossima piattaforma algoritimica sarà, che so, il parabrezza di un’auto che guida da sola.

Ci sono poi contributi interessanti come quello di Arianna, che sostanzialmente ribadisce il concetto:

«Invece di inseguire Facebook, accusarlo un giorno di essere ‘media’ e non va bene, il giorno dopo di non voler essere ‘media’ e non va bene manco questo, perché non ci si concentra sul proprio giornalismo, cercando di far bene il proprio lavoro, mettendosi in ascolto della propria audience, provando a conoscere i propri lettori, entrando con loro in relazione, rispettandoli, producendo e offrendo contenuti unici e di qualità, che possano aggiungere valore alla vita delle persone?»

Vale anche per i brand non giornalistici.

Questo numero di Wolf è speciale. Consideralo in aggiornamento costante per tutta la settimana (almeno).